A volte succede che l'impressione che si è costruita in questi anni di studio subisca una leggera deviazione di speranza. La disillusione si fa più leggera, sembra quasi scomparire. E' raro, ma quando capita il sospiro di sollievo è un esercizio obbligatorio.
Nanneddu meu
su mundu est gai,
a sicut erat
non torrat mai.
Semus in tempos
de tirannias,
infamidades
e carestias.
Como sos populos
cascant che cane,
gridende forte:
«Cherimus pane»
PEPPINO MEREU, A zio Nanni Sulis
Tonara (Nuoro), fine Ottocento
Uscire in terrazza a stendere i panni e vedere Pecoraro Scanio che pranza con la coppia gay che abita accanto a te.
Son soddisfazioni.
Io ti amo.
Amo tutto di te.
Le tue mani grosse e dure, le vie fino al polso tinte di nero indelebile. Le mani che hanno dato pochi schiaffi e rarissime carezze. I tuoi capelli folti che sono diventati di zucchero, il bianco lievemente indeciso.
I tuoi occhi mediterranei, di castagna bagnata nel miele. Le tue labbra grosse, che sorridono solo quando non sono viste. Strette come fessure imbavagliate dalla colla della collera, dall’orgoglio burbero, dall’offesa che cade con il tempo, quando arriva la calma. La tua pancia dura costretta nella camicia azzurra, grossa da allontanare gli abbracci. Amo la tua altezza, ombra che dà sollievo.
Amo la tua dedizione, lo spirito di sacrificio, la tua pazienza nel salutare il giorno ancora scuro.
Amo la tua testardaggine, la premura nel costruire giorno dopo giorno una casa che non è fatta solo di mattoni. Il tuo coraggio nel sollevare le scelte più pesanti, il tuo modo di commuoverti goffamente davanti a un bambino. Amo quando fai il burbero e poi cedi ad ogni richiesta. La voglia di riscatto cucita suoi tuoi figli, la tua ansia, le tue telefonate nel cuore della notte, le solite frasi ripetute fino alla noia. Amo la tua paura di non riuscire a proteggerci dagli impegni della vita. Amo l’idea di non volerti cambiare con nessun altro mondo. Amo la possibilità di pensare che esisterà sempre un unico grande uomo nella mia vita.
E quell’uomo sei tu.
Auguri, papà.


A volte i viaggi brevi, senza cartina, segnano le vie di fuga più lunghe.
Piovono strati di terra su Roma.
E di questa cipolla di emozioni, coperta dai capelli finalmente sciolti, non riesco a sbucciarne neanche uno strato. Aspetto il rumore del pettine, che scivola finalmente sul nodo.
Aspetto, prima o poi.
Sullo specchio lo sguardo era ancora confuso, lo sbadiglio sotto il ciuffo arruffato, l’aureola rossa attorno alla pupilla nocciola, corteccia di tronco antico. Il dolore della notte ha affaticato tutti i sogni spalmati a stento sulle coperte e quella cornice- che poi è diventata tela- al primo sguardo, ancora duole, ma è già declinata sui toni del bianco. Sono uscita tutte le sere, non ho avuto tempo per leggere, scrivere, muovermi con criterio. Resta la notte fonda per imprecare, pensare a persone lontane e ululare alla luna, che non si vede, finché la primavera non si porterà via l’ultima pioggia, quel pianto maculato e petulante di terra secca tatuato sul parabrezza del motorino.