Questa casa è fatta di pareti spesse, in questi giorni quando le tocco sembrano di carta velina.
Si sta sciogliendo tutto e questa volta no, non è colpa del surriscaldamento del globo terrestre.
Si chiamano corse a perdifiato, con il collo dritto e gli occhi chiusi.
Si chiama possibilità dell’incrocio. Svoltare l’angolo per cambiare via, quartiere, città.
E non vedi molto di quello che sta attorno ora e ti chiedi se forse non sia un peccato
sprecare così il tempo che rimane tra i ponti e le ferrovie illuminate, silenziose.
Lunedì prossimo si chiude un periodo. Per ironia, come tutti i lunedì che si rispettino
comincia di nuovo qualcosa che sa di vecchio, di eterno ritorno.
Ma per ora si corre, si corre soltanto.
Sono due notti che faccio sogni strani e poi la mattina mi sveglio con la stessa sensazione che si prova quando si ritorna a galla, dopo una faticosa apnea. E tocco tutto, mi tocco, stropiccio gli occhi malaticci e un po’ sbavati di nero, di sforzo e vedo l’intorno immutato. Il letto, le lenzuola che puntualmente vengono via dagli angoli del materasso, la coperta al di sopra dei piedi, il calzino destro scivolato sul pavimento.
Gioco con una borsetta, vestita elegante, in un giardino a chiacchierare con amici che non ricordo di aver mai conosciuto e che forse incontrerò, magari in una prossima vita. Sono lì, con il mio vestito leggero, le scarpe con il tacco, i capelli raccolti. E ciondolo, ciondolo con il sorriso stampato sulle labbra. La borsa compie virtuosi giri pirotecnici attorno al braccio. Poi il suono secco di un colpo. Pare dalla mia parte. Dal balcone in stile neoclassico un ragazzo cade a terra, è morto. Ma chi è stato? Tutti mi guardano: sei stata tu. La borsa allora, che prima sembrava piuma, diventa pesante come un mattone, il braccio precipita verso il suolo. C’è qualcosa che si muove e crea uno scompenso, come di pietra in una scatola vuota, di cartone.
Apro la cerniera: c’è una pistola. Per un momento mi viene da pensare, il colpo è partito da qui.
Ma l’uomo, che dal piano superiore ora si trova nel giardino, davanti agli occhi miei e di tutti, ha un foro sulla spalla e troppi tagli e piaghe per tutto il corpo. E lo so, lo giuro, che non sono stata io ad ucciderlo. Ma nessuno mi crede. Solo la sveglia che suona. E tiro un sospiro che ha il sapore di un incipit.
A Roma piove. Così, senza avvisare.
Usciamo dal teatro e ci troviamo indifese, con il cielo grigio, che pare plastilina nella sua compatezza noiosa e asfissiante. Pioviggina, per calcolare con le parole la mediocrità del tempo, l’inutilità di questo cambiamento di temperatura. Penso che vorrei che fosse un inverno serio. Che tutto avesse uno spigolo, un angolo attorno cui girare.
Tutto invece si affastella, si accumula rumorosamente.
Ho seguito lo spettacolo seduta con le gambe incrociate. Nel buio della stanza sembravo una bambina che ascoltava bocconi il racconto. Affacciata tra le sbarre guardavo gli altri immobili, miserabili ombre poggiate alla ringhiera. Tutti in piedi con lo sguardo giù, verso il vuoto che si ferma con il suolo. Tra i tanti visti, lo spettacolo di questa sera mi sembra un regalo. Dopo un tandem di giorni da dimenticare, con l’acqua alla gola e il fiele a galleggiare nel petto, ci vogliono proprio le fiabe rivisitate dei Grimm, raccontate da un becchino disteso sul mare di terra e concime, a distrarmi dalle cattive idee. È trincerato tra i tubi catodici degli schermi impazziti quest’uomo. La messa in scena nella scena dei film che lo accompagnano. Incredibile, mi dico, bombardato dalle immagini e dai suoni. La rappresentazione di quello che è il mondo che ci si arrampica addosso, mentre facciamo finta di essere normali. Dico, cazzo, la vita sarà proprio questo poi? Una pellicola che si rovescia sopra di noi, che facciamo finta di avere il manubrio in mano, quando in realtà ci è concesso al massimo di guardare nello specchietto retrovisore.
[che con la pioggia si sporca pure e alla fine poco si vede, quasi niente si capisce, di questo andare].
Oggi il vestito era primaverile, bianco con i bordi viola. La terapia d’urto dei colori serve per bloccare l’irrefrenabile buco nero di pensieri, azioni, opere e omissioni che risucchia ogni presa di posizione. Qualunque essa sia. Come non mai, in questo momento è necessario arrivare fino all’ultimo giorno del mese, cerchiarlo di rosso, tirare un sospiro di sollievo.
E poi godere dello strappo sonoro della pagina che viene via, un 29 febbraio che assomiglia tanto a un punto e capo.
Non tutti i mali vengono per nuocere.
Prendiamo l’inverno per esempio.
A Roma quest’anno è parsimonioso e indolente, con punte di caldo e strali di ghiaccio sulle mani. Questa mattina viaggiavo cantando sulla strada con un solo guanto. Anche la seconda coppia ha divorziato, con conseguente principio di assideramento per la mano sinistra.
Prendiamo l’inverno e il freddo della sera, l’antidoto naturale alle occhiaie che non sai più come arrotolare. Quando esci ti lavi il viso con l’aria secca, sfrecciando dritta tra gli alberi e i lampioni. Ti senti anarchica, le strade non hanno incroci, abolite le precedenze, le file di auto sono quelle fatte a motore spento. Parcheggi fantasiosi, tutte addossate le une alle altre, queste macchine silenziose nella notte del quartiere.
Prendiamo la piazza, la chiesa muta fino al primo tocco della campana delle sette. Le altalene che non cigolano.
I palazzi monolitici, sciolti in qualche punto di fuga nella luce dietro le tende rosse. Il resto tace. Continuo a camminare, aggrappata a questa veglia artificiale, con l’affanno del sonno negato, l’adrenalina del passo solitario, che taglia a fette la città, come un coltello difettoso senza la punta
da affondare.
È la seconda notte che non dormo e l’unica bellezza possibile di questa prigione è poter guardare il sole sorgere fuori dalle sbarre. Roma in questi giorni ci sta regalando una primavera inconsueta, difficile da ignorare. Ho messo tutto addosso. Vestito, collana, trucco, profumo. Resto altri dieci minuti in pantofole a immaginare il freddo che dovrò subire sul motorino e la coda di sbadigli sulla strada intasata di macchine.
Ho la netta impressione che mi succederà di nuovo. Ferma almeno cinque volte sulla tiburtina, maledicendo l’onda rossa e le strisce pedonali.
Ché certe voglia hai voglia di partire e non fermarti più.
Quando torni a casa resta dietro la spalla l’ultimo brivido di freddo.
Per tutta la serata hai resistito, concentrandoti sull’acceleratore, spingendo il motorino con i movimenti della pancia, quasi come se così si potesse fare più in fretta, tagliare la sensazione insopportabile del ghiaccio che sfiletta le mani, sotto un povero centimetro di cotone. Perché i guanti di pelle li hai persi, come tante altre cose. Non ti illudi neanche di recuperarle durante i famosi traslochi epocali o con le pulizie di primavera.
Tu quando perdi le cose le perdi e basta.
E hai perso anche l’abitudine di crucciarti, fai spallucce e non ci pensi più. Fa meno male.
In questi giorni collosi avevi imparato a memoria ogni minuscolo particolare della casa, arrivando a pensare che davvero non saresti stata più capace di metterti davanti a uno specchio, officiando il rito del trucco, con quella gioia frizzantina prima dell’ultima spruzzata di profumo dietro l’orecchio.
Stasera hai indossato il tuo vestito preferito (come al solito troppo leggero per febbraio), lasciando cadere i capelli lunghi sulle spalle , facendo l’occhiolino allo specchio prima di spegnere la luce. Hai rimesso le cuffie nelle orecchie, ché sembravano passati secoli dall’ultima volta che te ne restavi beata sulla sella, coprendo con le canzoni i rumori del traffico e la prepotenza degli automobilisti più insofferenti.
Ti era dimenticata di tutto. Di come fosse bella questa città, per esempio. Avevi passato gli ultimi mesi a consumare sempre le stesse strade, chiusa nella routine dellecosedafare. Sei rimasta con lo sguardo ebete per tutto il percorso, arrivando a trovare persino qualcosa di bello lungo la prenestina, il pigneto che scivola veloce dopo il verde del semaforo a sinistra e poi Santa croce in Gerusalemme, i parchi, i viali alberati, via Labicana, il Colosseo di fronte, che non ti parla e resta testardo davanti al casco che dondola al ritmo balcanico dell’ultima canzone inviata da R. Vicino all’arco di trionfo capannelli di gente che bevono, sono gruppi sparuti che ti ricordano l’estate dei muretti al mare, sebbene il vento questa sera soffi solo maldicenza e i costumi siano tutti riposti nel cassetto. Ti viene in mente che è giovedì, tutti saranno al riparo dentro le loro stanze in affitto, nelle case appena comprate con le rate del mutuo da pagare fino al prossimo duemilaetrenta, con le tende chiuse, i libri aperti o la tv accesa che tiene compagnia. Tu sei nel centro e per un istante capisci che non si tratta di una semplice collocazione. Sei nel centro di tutto e questa città così nuda ti apre gli occhi, ti regala riflessi d’ambra dall’altezza di Trinità de monti, sotto l’ombra della statua di Garibaldi al Gianicolo, nei vicoli di Trastevere desolati e bellissimi. Al ritorno la strada è nuova, di traverso passi nel mezzo di sei anni di vita. All’incrocio della Coin ti ricordi del cornetto al pistacchio e cambi direzione svoltando verso Re di roma. Lì c’è il tuo forno preferito, resti sempre un po’ di tempo muta davanti al bancone prima di decidere quale delizia addentare, con lo sguardo soddisfatto che ti ricorda la Hepburn, in Colazione da Tiffany. Mentre ti riscaldi, prima del definitivo ritorno a casa, sorridi all’uomo vestito di bianco, che piega scatole con un triste movimento meccanico. Ha un baffo impeccabile, sembra quello di tuo padre quando eri piccola. Gli chiedi da quanto tempo esiste questo posto e lui ti risponde che a occhio e croce saranno passati ottant’anni. Lui ne ha spesi trentatre della sua vita qui dentro. A piegare scatole, salutando l’alba. Ti congedi con la buona notte sapendo che per lui sarà un prossimo buongiorno e te ne torni a casa beata.
Sola e contenta, come quando si perdona una persona dopo anni di lunghi silenzi e il cuore sembra più leggero.
Una frittella che risale su, a frizzare nel caldo dell’olio bollente.
Le colline sconfinano in bianchezza.
Persone o stelle
Mi guardano con tristezza, le deludo.
Il treno lascia una linea di respiro.
O lento
Cavallo colore della ruggine,
zoccoli, dolenti campane
Per tutta la mattina la
Mattina si è andata annerando.
Un fiore trascurato.
Le mie ossa hanno requie, i campi
Lontani mi sciolgono il cuore.
Minacciano
Di assumermi fino a un cielo
Senza stelle né padre, acqua buia.
Sylvia Plath, Ariel
Riesco a essere disordinata anche nella nuova compostezza della stanza. Qui le cose sono cambiate, con le spalle che danno al letto, reclinata sul tavolo nero, troppo basso per non restare con la schiena ricurva di concentrazione. Mi devo abituare ai nuovi assetti. Fuori la calma è piatta, sul limine della porta che si affaccia sulla strada, a pochi metri d’altezza, osservo le case severe. Mi trattengo anche nel respiro, per non spezzare l’immobilità della notte. Che bella la città, coricata su se stessa. Ha lo sguardo placido dei bambini, che non hanno pensieri d’affogare al primo suono della sveglia. E anche se è tutto apparente, mi accontento della carta da regalo, senza restare stupita davanti al vuoto della scatola. Questa sera ho fatto a me stessa un dono d’ammissione.
Brucia sì, ma “finu a quandu te spuesi, te passa”* diceva mia nonna.
[e le nonne, giusto dopo le mamme, non sbagliano mai]
* fino alla data del matrimonio ti sarà passato.
Non sopporto questo tentativo di equilibrio.
Demotivata, mi sembra di camminare con cento kili in più su un tappeto di uova crude.
Ho bisogno di un cambio di stagione.
C’è carta da parati da togliere per passare una mano di tinta, azzurro pallido, che sa di mare.
[Anche il verde non mi dispiacerebbe, però.]