Io ho già scritto di te una volta. L’ho fatto perché fai parte della mia vita discreta. Quella che prima si sperticava dai balconi dell’entusiasmo e che ora resta comoda in un angolo, a guardare la possibilità di una prospettiva, dalla finestra. Le sedie ora, nella stanza, sono tutte occupate dalle apprensioni che annodano la gola. Non ci sono paesaggi da scrutare, vietato l’(e)accesso: conosco l’occhio ingordo che mi tirerebbe giù a tradimento, nei conati di ansia cristallina. Io ti penso però, quando compari così delicato, che non si può immaginare un uomo vestito di seta che scivola sotto di te, nei momenti di distrazione, quando il lenzuolo arriva fino alla bocca per chiuderla con il primo sonno. Io credo che però sia meglio così, seguire l’opposto, distratti nei movimenti. Solo nel mondo delle cose impossibili ora riesco a trovare un senso. E tu di sicuro fai parte di questo mondo.
I tramonti si affacciano di mattina

Questo, qualche giorno fa, è stato disarmante.

Che a furia di leggere di distopia, uno poi la ritrova nel mondo che gli tocca saggiare. Con la lingua allappata, le mani tagliate dai cordoni di plastica delle buste per la spesa e il naso turato dal raffreddore, che di odori non se ne sentono da un mese a questa parte. Riesco ancora ad apprezzare le belle giornate di sole come quella di oggi, ma non ricordo più da quanto tempo non me ne resto distesa sul prato, ad ascoltare musica e farmi baciare, fin dentro le labbra secche e screpolate, di bocca aperta per la mancanza di respiro. Dove sta il rovescio della medaglia non l’ho ancora capito bene, che a pensarci non ho mai cercato isole, né eldorado nascosti pieni di pentole d’oro. Io dal mio mondo sono partita senza coscienza. La parte che si svela a distanza d’anni e lascia l’amaro in bocca è caduta dal cielo, senza permesso. La stringo forte insieme al manico della busta, fermandomi ogni tanto sul ciglio della strada, per prender fiato. La stringo comunque, che quel che viene è sempre accetto e prima o poi, forse, servirà, per sorridere di più. Per ora continuo solo a soffiarmi il naso. E nella pentola ci metto la minestrina: da queste parti di oro che luccica nemmeno l’ombra.
“Penso que não cegámos, penso que estamos cegos, Cegos que vêem, Cegos que, vendo, não vêem”.
"Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo non vedono".
José Saramago, Ensaio sobre a Cegueira, p.315
Che di cose se ne dovrebbero dire di quello che tutti oggi chiamano precariato. Io propongo un neologismo, precarianonimato. Perché la prima cosa che facciamo, ogni volta che c’è qualcosa che si attacca di fango pesante sulle scarpe, è quello di restare lì, con il silenzio che ci blocca la gola. Sommersi di merda, ovviamente in silenzio. Ché poi nella vita uno ogni tanto si deve sfogare però.
E lasciatemi divertire, come diceva un saggio che aveva capito tutto. Che non si venga a dire che noi giovani d’oggi non abbiamo pazienza, perché credo che mai come in questi tempi, tutte le dosi di riserva siano state consumate da tempo immemore, ormai. Qui si tratta di fare finta di niente per garantirsi la sopravvivenza e la sanità mentale, perché dopo tanti anni di bocconi amari ingoiati senza neanche pensarci troppo, uno per esempio si stanca. Anzi, si rompe proprio i coglioni, direi. “Si è persa la differenza”, mi dicevo, mentre leggevo assonnata il messaggio che mi è arrivato poco fa. Sì, la differenza tra il bene e il male, tra il lusso e la necessità, tra il diritto e il dovere. Uno si sveglia, chiarisce a se stesso i limiti di partenza, sorride e se la prende con filosofia. Tutto questo accade grossomodo ogni giorno, da qualche anno in qua. Poi uno degli ennesimi giorni, la persona si sveglia e non ha proprio voglia di prenderla con filosofia, visto che l’unica cosa che succede è che, come altre milioni di persone su questa terra, se la prende solo in un posto deputato e preciso, conosciuto ai più.
La speculazione (edilizia, economica, sentimentale, lavorativa) è il cancro della nuova società e credo che l’unico modo per debellarla sia una bella bomba atomica confezionata con cura sotto il culo di chi, “a malincuore”, ha il coltello dalla parte del manico e ogni tanto gira la sua punta nella pancia dei paralitici precari, senza dignità.
E da domani si pagano cinquanta euro in più d’affitto.
Ricomincia a piovere, me ne accorgo sbirciando alla prima occasione dalla porta finestra della sala. La casa si affaccia sulla parte est della piazza, seduti come siamo da qui si riesce a vedere persino la chiesa, e nascosta dietro il crocifisso in aria, proprio nella nuova zona, la mia casa. Mi distraggo per poco, in un’ora è necessario concludere questa prima giornata, questo scrutarsi con gli occhi bassi sotto gli occhiali, il bloccare con la mano l’audacia della penna veloce, che scrive numeri sghembi e spesso sbagliati. L’otto disegnato fiero, eretto, accanto agli altri numeri, sulle file dei quadretti che si alzano in verticale. Lui che ci vede poco: percepisce il margine al centro, si lascia confondere senza pensarci sopra, dai numeri moltiplicati per cifre astronomiche di una decina e un’unità. Di che consistenza può essere l’ovatta nell’orecchio di un bambino, mi chiedo. Spessa, come le dita di una mano adulta. Serve la pazienza per capire l’abilità nell’ annullare anche gli altri sensi, quando uno fa cilecca e fa sentire inferiori. A. si lancia, improvvisa, ipotizza senza chiedere né girarsi mai verso l’occhio che lo scruta. Per lui è solo necessario sbrigarsi, per sentire quanto meno possibile la colpa dell’errore. Io gli tocco la mano con rapida cautela, lo guardo, dirigo il suo mento verso di me e aspetto cinque secondi di respiro, prima di esordire.
Ci devo riuscire, con calma, a insegnare a questo bambino la calma
mi dico.
A me piace questa casa quando è così indifesa. Sola con me. Pare che mi accolga senza fare domande e accetti tutto il disordine che ci porto dentro, con il mio fare distratto senza parsimonia. I tulipani rossi si sono aperti in coro, pareva ieri che li avevo raccolti dal sedile del motorino, spaventati dalla bruma della sera, sconvolti dalla rugiada dell’alba. Troneggiano nel vaso tesi verso chissà cosa, solo uno non ha retto il colpo, ma mi piace così, fuori dalle righe. Ho riempito il tavolo dopo la mia assenza, in ordine sembra di osservare il deposito di una farmacia sotto inventario. Amuchina, tachiflud, aereosol, iodosan gola*, la penna reclinata sulla copertina del prossimo esame e io lontana mille miglia dall’idea di fare qualcosa, con il fazzoletto stretto tra le mani. In certi casi la solitudine aiuta, scopre le macchie sul cappotto che non avevi mai notato.
*per amor di cronaca si glissa sulla pubblicità, neanche tanto occulta.
Abdul ha gli occhi scuri, di cioccolato fondente, caldissimo. La sua pelle ricorda l’oliva, i denti bianchissimi seguono la linea delle labbra. Quando mi guarda restano così strette, ferme come una cerniera. Immergo la testa nei vapori della lavastoviglie, i primi bicchieri del pomeriggio tirati a lucido con la carta. Cerco il neon, mi sporgo e lui è appena a mezzo metro dal mio braccio, issato verso l’alto. Il calice sembra una fiaccola, spenta e ancora piena di cattive gocce di malumore. Lo seguo con la coda dell’occhio e mi guarda anche lui, questo lo so. Abdul non mi parla. La lingua l’ha buttata nel cestino accanto, un rimasuglio della cena passata, lasciata svogliatamente nel piatto. Abbozzo timida un sorriso, nessuna variazione nelle sottili rughe che lo rigano sulla pelle di cuoio. Abdul non parla, perché è stato educato così. A pensare che il piatto è troppo pesante per il braccio di una donna, che non esiste questo tipo di dignità, quella che cola fin sopra le unghie quando arrivi a casa stanca la sera. Come per dire, quello che dovremmo essere, solo involucro per dare spazio al seme. Io che leggo da destra verso sinistra ho imparato parole diverse dalle sue e sono cresciuta pensando che mi sarebbe piaciuto leggere un giorno dal lato inverso. La differenza aumenta il contrasto, come nelle più affascinanti foto in bianco e nero. E nel momento del riposo i contorni appaiono, seduti come siamo su scranni improvvisati, tra sacchi di farina e bottiglie di vetro. Un invito, un sorriso, poche parole, che a me sembrano un discorso senza fine. Pare imbarazzato e per un istante sento sulle stesse braccia di donna il peso, la discrasia. La bellezza inverosimile della differenza.
il sorriso nascosto di Abdul per la troppa esposizione, diventa bianco, uguale al mio.
Il paravento è ancora tutto sporco dal passaggio dell’ultima macchina in velocità e questa sera resta così, puntellato di fango e acqua, perché mi piace sporgermi a lato, per vedere quello che succede, per evitare l’effetto del ghirigoro di luce rossa che altrimenti apparirebbe, stando così diritta. Tutto sommato la pioggia si può sopportare: un paio di stivali a prova di inondazione metropolitana, il cappotto impermeabile. Mi concedo le calze viola e la gonna a palloncino, ché la temperatura resta mite, come a primavera.
Mi ricorda l’autunno piovoso di due anni fa, quando scivolavo sulle strade in salita e sempre di pietre con fuga (verso il fiume, lo sguardo, l’orizzonte, casa) si trattava. Sono giorni lentissimi, mi è caduto un miracolo dalle mani e un altro si sta posando lentamente sui palmi, senza che io lo voglia, senza che me ne renda veramente conto.
[propositi per il duemilaotto: mai farsi domande, smarrire preferibilmente le risposte fortuite].