Da quando vivo sola, tutte le volte che torno a casa ho preso l’abitudine a pensare per difetto. Non ho uno spazio mio, né un territorio franco in cui siglare trattati di pace, per questo me ne resto accoccolata sul fondo della trincea e mi affaccio di rado solo per reclamare la mia porzione, nell’ora del rancio. Bandiera bianca, non ci sono speranze di comunicazione. È questa poi la vera solitudine, mi dico, quella che si vorrebbe evitare. L’altra è fatta di visioni dal finestrino, in un pomeriggio che ha smesso da poco di essere mattina. Gli ulivi, le api parcheggiate sul ciglio della strada, i solchi nel terreno che da lontano sono solo macchie più scure, per differenza, che sfuggono sotto il colpo dell’acceleratore. Ogni volta che arrivo in questo posto c’è una sensazione conosciuta del solito non detto, le case spogliate che fanno paura. Davanti al mare ci resto solo cinque minuti, giusto il tempo di una canzone. Una coppia ritorna abbracciata dalla riva, si aggrappano l’uno all’altra, nel percorso tortuoso fatto di pieni e di vuoti, sugli scogli scuri. C’è solo una piccola variazione sul limitare di roccia, lì pare che il mare si emozioni nei residui di spuma bianchissima. Tutto il resto accoglie le barche ancorate nella caletta, il panorama piatto e compatto, nella calma di un inverno che non ha niente da dimostrare.
Addormentarsi alle quattro di mattina dopo aver letto Saviano produce effetti collaterali.
Come sognare di essere una scissionista inseguita per tutta la notte da Cosimo Di Lauro che vuole ucciderti.
Come per dire, gioiose letture natalizie.
Che le cose sono cambiate te ne accorgi dalla posizione delle sedie attorno al tavolo. I piatti no, sono sempre quelli delle occasioni speciali: ogni sorta di salume affettabile e commestibile, la mozzarella, il formaggio senza sale e senza sapore, le polpette fritte, i grissini anni novanta, l’insalata di mare e il prosciutto crudo salatissimo. Al fine della prova antipasto siamo già tante boe, satolli di porcherie evitate i trecentosessantaquattro giorni prima di questo. Mangiamo per inerzia, per diritto all’ingordigia del natale, per l’abitudine all’opulenza della festa comandata. Il primo è irresistibile: pasta al forno. A guardarla così dall’alto sembra quasi incastonata nel piatto, completamente affondata sul disegno vintage di ceramica, l’arte macchiata di sugo del servizio buono. Io ho la sindrome da abbuffata quando vedo gli strati della pasta al forno, secondo quel giusto principio per cui quando le cose ti sono vietate diventano le migliori, ma soprattutto le più ambite. Però quest’anno si vede la differenza. Dopo la terza forchetta ho un conato che sale fino alla gola, quasi che la punta di metallo fosse dito, per forzare, liberare. Mi dico, sarà l’antibiotico. Ma non c’è pathos. La verità è che manca la gente che grida, quasi nessuno che discute, sono scomparsi la verve, gli occhiali a culo di bottiglia, il bastone, il maglioncino rosa con il bottoncino di metallo, le preghiere prima di mangiare, i purciddhruzzi fatti con le mani di olio, la passeggiata in macchina prima di tornare a casa. Ci si alza da tavola dopo il caffè, il pesce di mandorla, il panettone al cioccolato e lo spumante, che si è già tutti sazi. Forse l’amaro servirà ad ammazzare quel senso di vuoto, mi dico. Quella bolla di noia che gonfia la pancia.
Ieri è stata una serata di risate, con gli occhi che si chiudevano per la stanchezza, che a leggere tutto intero il libro della Plath in una notte, un leggero rigurgito di sonno che tende al collasso ti viene poi, la sera dopo. Ma mi sono incantata per tutto il tempo davanti a un caleidoscopio di foto, con volti che non mi appartenevano e con altri che ho avuto molto vicino, fino a farli miei, persa in baci proibiti, che non torneranno mai più. E siccome io e F. stavamo affogando in una tremenda nostalgia, lei ha pensato bene di tirarmi su il morale con questo:
e c’è riuscita. Poi mi ricordo solo che a forza di ricordare avevamo la bocca secca e ci siamo addormentate nel lettone, mano nella mano. Cose belle, che cadono, per caso.
così.

Un grazie speciale alla mia saggia amica che questa sera mi ha fatto questo bel regalo, di senso ed essenza.
[perché della vita bisogna saper cogliere il lato (tragi) - comico]

Tripudio. La foto non rende la bellezza.

Imitazione del tripudio. L'uomo di vetro (gli estimatori di Amélie capiranno)

MmmMmmMmMmmmM.....

Al bar con Panch. Caffè alla cannella.

Cose belle da vedere. Insieme da trentasei anni.
Bologna uggiosa e natalizia.


una casa da ricordare, quando si dice l'arte culinaria.

Io mi sento un po’ così, con le unghie rigate all’estremità, come di dente che resta incollato fino alla carne, così. Sul palato. E si ricomincia. Mi guardo le mani e resta lo stacco finale, tra il rosso biancaneve e la riga naturale, che rivela quello che volevo coprire. Mi succede ogni volta che parto da qui e lascio questa città di terrazze a precipizio sull’insensato spazio del fiume. Non riesco mai a pronunciarlo in italiano: Tago. Mi guardo di nuovo le unghie e penso che comincerò a mangiarle, avrebbero un senso tutte le scorciatoie scorciate che le incorniciano sfacciatamente, senza nemmeno un anello a fare da contorno. Mi bagno le labbra e finalmente pronuncio: Tejo. Ecco lo vedi? Lo vedi come scivola la lingua nella parte bassa della bocca? Ripetilo se hai coraggio: Tejo. È un altro tipo di corteggiamento, partecipa tutto, anche le guancie si stirano, come un preliminare interminabile, prima dell’amplesso finale.

Bici, questa sconosciuta.

Prima sera, Prato della Valle. Romantica foschia.

Saggezza studentesca, al femminile.