Il salto dall’altro lato, di qualcosa che non tocco e mi sfugge visivamente, si fa con il pedale di una bici. Il segreto sta nella spinta, la concentrazione, trattenuta, sudata, sotto gli sbuffi della sciarpa e il sellino che riscende giù, dopo la buca improvvisa. Questa città non è mia, ma questa notte, nel silenzio delle strade spopolate, è lucida, è bellissima. La tocco tutta, palmo dopo palmo, ferma ai semafori, scherzando con E. e nei vicoli più stretti che segnano geometrie sconosciute, mai misurate. Mi piace sentirmi così. Estremamente inadeguata nei passi, reticente nei sorrisi, innocente nelle domande curiose, lasciate a mezza bocca, con l’alito di freddo umido, adatto per i miei vestiti sfacciatamente arancioni e senza maniche, da meridionale. Resto incantata e per un attimo non penso ai passi vecchi dei sogni, quando mi svegliavo toccandomi il viso, per avere certezza che l’incubo fosse già sotto il cuscino, soffocato, morto. Sorridevo amaramente allora, pensando che la sofferenza, nell’incoscienza, non avesse senso, perché non potevo figurare nulla, neanche l’intonaco dei muri che ci dividevano.
Ora tutto mi penetra, poco mi appartiene.
Nel viaggio mi sporgo. E apprendo in religioso silenzio, senza far cadere nessuna briciola per terra.
Ci penso a questa cosa della bici, alla scelta nella sterzate, come quelle intelligenti che si danno verso destra, alle due di notte. A lato scorreva un nome che ho scritto tante volte su buste, pacchi, pensieri inutili. Me lo sono lasciato alle spalle, con la dinamo rotta, la lucetta spaccata. Il freno non funzionava e il pedale girava più forte, mentre ti cercavo nostalgicamente, sulla via del ritorno. Poi mi son detta che no, tu non vai mai a piedi, né senti la pietra nella scarpa. Tu vai solo dritto e invece a me piace sterzare, di forza, senza frenare.
[mi sento tutto questo nuovo vento in faccia, straniero, settentrionale
che tu assaggi ogni mattina, annoiato, distratto
mentre io pedalo, leggera, assolta].
Mi dici che sono in soggezione.
Abbozzo un sorriso che stai perdendo, mentre mi sposto intimorita lungo il corridoio. Ogni cosa qui è al suo posto: le piante lucide, l’impiegato con il colletto inamidato, i neon bianchi, bianco il soffitto. Mi muovo con le labbra come l’incerto che cammina sulle uova. Sorrido, perché mi piace la tua voce fresca, posata sul mio orecchio, ultimo cucchiaino di miele, che scola sul fondo del barattolo. La prima volta che l’ho sentita camminavo in mezzo ai rumori del traffico e le uova si erano già schiacciate tutte dopo trenta secondi. Tu non mi vedi, ma mentre mi parli giocherello con la punta dei capelli e mi sento come nuda nel silenzio, sono alla ricerca di un posto dove far detonare le parole. Tu non lo sai, ma conservo un sacchetto di espressioni implose da renderti al momento del tatto. Sarà faticoso e sorprendente, lo metterai in tasca, pensandoci su, con la mano poggiata sul volante del ritorno. Tu non ci credi, ma immagino già tutti i profumi: l’aroma del caffè, il tuo dopobarba, la mia crema per le mani, la pelle sudata sotto i maglioni.
E mentre parliamo mi rendo conto di quanto sia perfetta la nostra inconsistenza, quella radice che ci serve da tettoia, per ripararci dall’eventualità delle cose che andranno perdute. Siamo perfetti così, in questo corridoio senza voci, nello spazio immaginato dall’altro lato della plastica nera. Nel saluto fatto di fretta, siamo perfetti, per le cose che non osiamo dire e restano sul fondo, nella chiamata interrotta con il rigurgito di nostalgia, che mi porto appresso tutte le volte che mi manchi. E tu non lo sai.
[delle cose perse che ancora vagheggio, la prima, senza dubbio, è l’indugio del respiro sulla barba incolta.
Il bacio che non punge poggia sull’erba color tabacco.]
Vicino casa mia c’è un ipermercato che incombe tra le poche strade alberate. Per arrivarci percorro una strada tristissima, salvo che per i pochi metri che mi separano dal mostro con la scritta rossa gigante, lì posso ripararmi sotto le chiome folte di pochi superstiti.
Oggi sono uscita spedita, con lo sguardo a terra, assumendo l’aria contrita di quella che ha fretta, perché dopo c’è il lavoro. Ma non avevo fatto i conti con le dinamiche della domenica. Chi abita in città non avrebbe bisogno di ulteriori spiegazioni, la domenica in un ipermercato di qualsiasi centro è un suicidio sociale annunciato. Quando abitavo nella vecchia casa, mi bastava scendere le scale e mi trovavo sulla sinistra un accolita di simpatici ragazzi, tutti assoldati nel diretto acerrimo nemico dei grandi centri commerciali: l’eurospin. Discount dai prezzi competitivi che negli ultimi anni ha dato filo da torcere ai vari auchan, panorama, pam dell’economia nostrana. Entravo, salutavo chi era alla cassa e facevo il mio giretto quotidiano tra il banco dei salumi, le verdure, la frutta, il pane. Era divertente, forse perché mi ricordava l’alimentari dove mio padre mi portava tutte le mattine prima di andare a scuola e quel signore paffuto che tagliava con la sua affettatrice il prosciutto crudo per poi ingolfarlo in un panino all’olio morbidissimo. Mille lire costava, me la ricordo ancora la carta marrone in cui era avvolto e lo scontrino appiccicato alla buona per chiudere la confezione. Al discount tutti mi chiamavano per nome, gli aiutanti mi lasciavano curiosi bigliettini sul parabrezza del motorino, sono stati loro i primi che hanno assistito al melodramma, quel giorno in cui mi son ritrovata con le chiavi in mano e il parcheggio vuoto. Sono traumi che si ricordano bene. Casalbertone è un quartiere pieno di piccoli negozi: drogherie, macellerie, fruttivendoli (o fruttaroli), tabacchi, ho anche scoperto l’esistenza di un pescivendolo a qualche isolato da casa mia. Ogni volta che passeggio in piazza, per comprare la liquirizia, fare la fila interminabile alla posta o passare dalla farmacia, ogni tanto ci butto lo sguardo dentro. Sono posti piccolissimi, con vecchine dall’aria stanca, che sanno di pane appena cotto e uova fresche. Mi fermo, anche solo per comprare una sciocchezza e loro puntualmente attaccano bottone, davanti a una busta di plastica che pare ci voglia un’eternità per riempirla. Mi chiedo ancora come facciano a sopravvivere, con un mostro appostato solo qualche metro più in là, che dispensa superofferte ogni fine settimana. Io ci vado per le cose di cui proprio non posso fare a meno, tutte le altre volte evito accuratamente. Oggi era uno di quei giorni in cui non potevo proprio farne a meno. Ma sono uscita da quel posto con l’andatura dell’ubriaco, ripromettendomi di starci lontana per almeno un mese. Perché è il 18 novembre, ma per un momento ho pensato che fosse già natale. E ho provato paura. Per gli occhi accesi della gente, che spingeva i carrelli come i minatori nelle gallerie piene di carbone. Per i panettoni, posizionati nelle più svariate forme, ad ogni angolo della zona alimentare. Piramidi, cubi, esagoni. Per un momento mi son messa a cercare con lo sguardo anche il Colosseo, tale era l’alienazione in cui tutti si muovevano, completamente ciechi e drogati. Ho visto un tizio che caracollava in avanti, sbilanciato dal peso di un enorme pupazzo, persone litigare per una scatola di cioccolatini, bambini in preda a crisi isteriche così spaventose da bloccare l’intero flusso di gente, ferma in fila indiana, per arrivare alla cassa. Ho tentato un vago approccio al reparto dei libri, ma mi sono arresa dopo tre minuti, al colpo del primo carrello che mi è passato sopra il piede. Le Bon in un posto del genere avrebbe avuto pane per i suoi denti, altro che psychologie de foule. E siamo ancora a novembre.
[post vivamente sconsigliato a chi soffre di agorafobia]
Ore ventidue e trenta. Dalla cucina il rumore della porta che si apre sortisce lo stesso livello d’attenzione della sirena che suona quando un aereo passa in zona di guerra. Ai ripari. Io sposto il foglio delle ordinazioni e guardo C. disegnare l’ultimo fiore sul piatto, prima di portare in sala l’ennesimo gelato al pistacchio con contorno di crema alla fragola. I primi cinque secondi sono di assestamento: movimento del braccio, controllo di appostamenti pericolosi nella zona vicino all’uscita, volteggio con posizione sfondamento, uniche armi ammesse: natiche e sorriso. Poi le tre adorabili palline di gelato finiscono sotto il muso del cliente satollo, almeno quanto il portafogli che dovrà portarsi appresso per stare seduto in questo posto.
Ma io penso alla biondina che è appena entrata, ai suoi ricci impertinenti che si arrotolano attorno all’espressione serafica, al suo compagno panciuto e infagottato nel cappotto. Una coppia male in arnese, senza dubbio, né beneficio. Non esistono benefici per i clienti ritardatari. Nella mia classifica personale perdono in partenza la buona parte di onesto bon ton che riserverei loro, nonostante il lavoro, gli obblighi, l’etichetta, nonostante tutto. Il cliente ritardatario è l’incarnazione dell’uomo che passa con la sua spider a duecento all’ora accanto a te, su una strada affogata di pioggia, mentre ritorni piano con il tuo motorino sfigato ( e persino le bestemmie paiono sfigate in quel momento). È il cafone che entra tracciando la bisettrice di fango sul pavimento ancora bagnato e il secchio dell’acqua è ancora lì, a reclamare il conto del sangue buttato su ogni spazzolata vigorosa di detergente. È il furbo che taglia la fila a metà, appostandosi, vago, alla distanza di soli dieci minuti di attesa. Insomma sì, è un cliente di merda. Quasi quanto quello che si sbraccia, lamentandosi, perché è la seconda volta che non riesce a mangiare, poco importa se avanza la piccola richiesta di poter sedersi un’ora prima dell’apertura, quando ancora in cucina impastano il pane - rigorosamente fresco - e la mise en place si è fermata ai bicchieri dell’acqua (perché quelli del vino, sì, proprio quelli che maneggiate con cura davanti ai vostri nasi, quelli sono proprio duri da asciugare). Credo che si potrebbe scrivere un manuale sui gusti stravaganti dei clienti, sulle loro piccole manie, i loro mille tic, sulle espressioni dei volti che si illuminano o si appassiscono di torbidi dubbi, davanti alla pietanza appena uscita e solo immaginata sulla carta. Io li osservo tutti. Me ne resto lì, silenziosa, nel mezzo. E guardo la diversità degli sguardi, le intese, i cucchiaini lasciati a metà di labbro, per quelle parole che si vorrebbero masticare e condividere con il commensale. Ascolto i tavoli silenziosi, l’incomunicabilità tagliata con il coltello della carne, la noia affogata nel barolo, le gambe incrociate, il fazzoletto religiosamente piegato sulle gambe. Assisto agli orgasmi di piacere che accompagnano il secondo boccone, la scoperta dopo le avances spericolate con la forchetta, la ferita aperta nel fagottello, per chi mangia con gli occhi e chi invece col cuore. Me ne sto lì, a ricontare con la punta delle dita i tappi dell’acqua, defunti nella taschino della mio grembiule bordeaux. Me ne sto lì e ascolto. Delle case appena ristrutturate, dei progetti conclusi e di quelli in cantiere, del capo stronzo e del contratto di lavoro appena firmato. Che avevamo pensato di tingere i muri della sala color champagne ma forse non si abbinano al mogano dei mobili. Poi il campanello suona, la prossima staffetta è pronta, se il piatto è della bionda, mi dico, ci sputo dentro.
[ma poi ci ripenso sempre, povera fessa.]
Dovrei fare pipì, penso stringendomi nelle gambe, nella giacca color avio, quella di lana che metto nelle sere più rigide. Ma poi mi dico: come si fa, quando ci sono urgenze che torcono lo stomaco, più di una vescica che sta per scoppiare?
Resisto, io resisto sempre quando ne vale la pena.
Direi che ho voglia di parlare del tuo cappotto di panno color ocra. Mi dici che lo hai comprato “alle pezze” alla modica cifra di euro uno. Quando sei salita sul motorino avevi ripreso la tua solita cera, di quella che ha la parlantina facile, senza mezze misure. Prima no, mi guardavi angosciata, ferma davanti al rosso del semaforo, con la gonna a palloncino e le calze arancioni. Hai presente il gioco coseanimalicittà? Tu sei un caleidoscopio che succhia l’occhio scrutatore, la sirena dell’Ulisse, l’Amélie dei Deux Moulins, quella che - come diceva De André- si innamora di tutto. Ti osservo nel buio della sala, leggermente ricurva, di commozione segreta. Per un momento ti immagino bambina, nel periodo in cui tutto era ancora al suo posto e non c’era niente da perdere. Mi ricordi la consistenza gelatinosa e invadente del caco dolcissimo. E penso che hai due finestre al posto degli occhi, da cui affacciarsi, da cui entrare, per nascondersi dagli spari delle verità raggelanti.
Le persone cadono, io lo so. Cadono in testa come le comete e si polverizzano dentro ai ricordi.
Le persone sono semi, da cui aspettarsi il germoglio, il vagito di allegria, nel profumo di primavera.
Che poi per vivere il senso di estraneità ci vuole pochissimo. Come atterrare dopo un salto lungo, con il vuoto sotto le suole. Mi guardo da questo vetro doppio e pare che tutto sia appannato.
Ci lascio sopra due baci sporchi di burro cacao. Chi vuole, al passaggio, può poggiarci le labbra.
Così, per solidarietà, mi viene da pensare.
Nell’estate del 1989 avevo un paio di pantaloncini blu di stoffa sintetica con il taglio morbido appena sotto la coscia. Nessuna malizia e i capelli lisci che cadevano perfetti, subito dopo l’orecchio.
Avevo uno sguardo interessato sul mondo e i passi lenti, stentati sul terreno grezzo di pietre. E il sole dietro le spalle. Cercavo i capperi, io, quando ero piccola. E ne odiavo il profumo che grattava le narici. Li cercavo dietro la gonna della Pietrina, con i capelli grigi fino ai settanta, scrupolosamente costretti nel fermaglio di osso marrone. Seguivo le lucertole lunghe e verdi e toccavo le chele delle aragoste ancora vive sul tavolo. Litigavo il posto sulla finestra con mio cugino e tiravo il suo piede, piccolo quanto il mio, di maschio imperatore della famiglia. Non mi faceva mai paura la sua pancia fiera, il suo ombelico attorcigliato. Il mio era più bello, perché c’era un buco dove nascondere i desideri belli della notte.
E bevevo l’acqua con il vino, come mi aveva insegnato mesciu Cosiminu, “perché quello era sangue di Cristo” e con il pollo preso con le mani ci stava una meraviglia. Avevo un costume bianco con le stelle rosa e nuotavo con la testa sotto l’acqua, facendo le bolle dal naso, per non far entrare il sale nella bocca. E giocavo con i maschi ai videogiochi, chiedendo il dazio di lire duecento, che ancora mi ricordo il giallo sporco della moneta tra le mani. Si è parlato di mare questa sera a cena e dell’abitudine a pensare che resti sempre lì, per noi che ci siamo nati, con le spine dei ricci ficcate sotto i piedi. Mi è mancata un po’ l’idea, perché la lontananza di certe giornate passate, si affaccia sempre nel momento delle foglie rosse e delle tisane calde.
O forse mi manca di più la preoccupazione bianca, di ceramica, della mia infanzia. Quella senza punti filati, priva di crepe, che hanno i bambini che scelgono il gusto del gelato, prima dell’ora di cena.
[e tu invece non mi manchi più, sei la duecento lire che scivola via nella fessura, prima di premere start.]