
30 maggio 2006, Lisbona tra la notte e l'alba.
il venticinque di settembre il confine ha la forma di una sdraio di terza mano, in plastica e piena di graffi.Il confine è lo sporco sul pavimento illuminato dal cono di luce della veranda, è il bianco di panna della luna che mi lecca in un brivido l’orecchio, sulla sinistra del cuore. Il confine è il contorno del grigio dei crateri, che cade perpendicolare sui binari, a est di roma. È il suono dolce del passare, del finestrino di plexiglas duro, rigato di terra e corse verso il sud. È il suono dell’aereo che degrada, è la bisettrice sul terreno del 545 che costeggia i marciapiedi bassi del quartiere. È la grande muraglia di ricordi che finisce in un punto -del confine- e riparte dagli spuntoni di tinta della grata del vicino. Il confine è l’orlo del bicchiere scolato di rosso, è il residuo del dubbio che si assopisce con il fischio dell’omino vestito di verde, sotto il grande orologio della stazione. Il confine è la linea gialla da non oltrepassare un secondo prima della partenza, sono gli occhiali da sole che parano i fulmini da sguardi che cercano risposte. Il confine è il senso denso e caldo del nuovo, è l’eccitazione dell’iride sulla pagina fresca del libro, è la mano sconosciuta del vicino che ti sfiora, è il biglietto inghiottito per lasciar glissare via le porte chiuse. Il confine è il sorriso di L. , sono le sue dita commuoventi sulla fisarmonica, è il suo caffè napoletano che sa di casa, di calda congestione, è la scoperta, è la speranza sulle cose che faranno paura domani. Il confine è il ritorno, la soglia di casa, il tasto nero da pigiare, è la voce che non riconosci più al telefono, il confine è il ritorno, la valigia aperta da svuotare, la valigia aperta da riempire, all’occorrenza.
Ho le parole che premono agli estremi delle dita. Le sento che vorrebbero uscire e prendere una forma vera, da sintassi, da manuale. Eppure. Ho un tappetto di fogli sulla coperta e nessuna “voglia di”.
In questi giorni sono così pigra che ho perso anche il mio inossidabile senso di ansia da pre-partita.
Le nevrosi sfumano verso qualcos’altro.
[che bolle in pentola]
Se si dovesse dare alla ragione la forma di un corpo in movimento bloccato in un fotogramma sceglierei la curva della schiena che bacia il cielo, le braccia tese verso la punta dei piedi. In quel caso riuscirei anche a sfiorare le dita, a fare uno sforzo più grande, afferrando le caviglie. Ci si potrebbe lasciar scorrere, partendo dal collo, l'indice, curioso e fremente, per contare uno a uno gli scalini che degradano fino all’osso sacro. Lì ci sarebbe un orgasmo nascosto, da liberare all’occorrenza con lo scatto delle gambe e la febbre nella pancia.
Ieri sono stati ventiquattro, vissuti tutti secondo la corretta postura, che non ricordo di avere mai avuto. Oggi sono ventiquattro e un giorno e le mani poggiano decise sul pavimento.
E questo il movimento del mio pensiero,
quando è notte.
Una notte inversa e silenziosa che ha il colore[…]
dorata la solitudine sul fondo del bicchiere
rosso rubino il desiderio sulla ruga della labbra
nera
una notte deliziosa
le rotaie dietro la nuca
tre graffi sulla mano
una carezza morbida
e un nuovo amico sulla pancia.

Le coperte ora sono più ampie, stese sul letto, stropicciate sotto le cosce rilassate e molli di stanchezza.Questa casa di legno e lino bianco. È mia. Ed il tempo trascorso per capirlo è stato così breve, come il sorso del caffè, la mattina, ad occhi chiusi.
