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domenica, 26 agosto 2007

mesciu cosiminu

Credo che fosse tango. Mentre la dinamo stringeva la ruota posteriore questa sera l’ho sentito.

Sì, era tango. E visto che la tramontana aveva scomodato anche la luna, mi sono ritrovata con la busta dei kiwi appesa al manubrio della bici, stanca e ammutolita davanti al mare.

La sabbia come il tufo. Risate vicine, le famiglie rimaste  fino a tardi con le sedie apribili a pochi passi dalla riva, qualche schiamazzo di troppo, il barbecue acceso. Il piccolo paese quest’anno tarda a svuotarsi, le strade piene di lampadine appese, accese lungo il passeggio. Lo zucchero filato e le caramelle, gli anziani che ballano sotto la luce consumata dei neon. I passi li ho ancora impressi nella mente:  sono quelli delle occasioni speciali, dei festini a carnevale, dei matrimoni con le pause tra il sorbetto e il caffè. Ho provato un’inutile sensazione di sollievo. Mi sono fermata all’angolo della piazza e ho pensato che non ricordo di averti mai visto ballare. La nonna sì, di lei ho l’immagine nitida dei suoi passi allegri, accompagnata dal cavaliere di turno, mentre tu resti fermo, appoggiato al bastone, coperto dai grandi occhiali, nel tuo grandangolo chiuso dalla fessura burbera dei rari sorrisi.

Credo di averti salutato la scorsa notte, nel silenzio della casa, quando era l’ora della veglia.

Mi sono ritrovata a fissare le statue  e i santini poggiati sul comò di legno lucido, riflessa nello specchio davanti al letto, costretta in una solitudine nuova. E mi sei mancato proprio in quel momento, con il pensiero rivolto a quel rivolo liquido e proibito di luce che correva lungo il corridoio dall’altro lato della casa.

Con il silenzio, nel silenzio. Perché non conosco altra via per attraversare, adesso.

Ho sostato frigida e algida sul palco di questo banale teatro, dall’impalcatura esile, fatta di grani stretti tra le mani callose di vecchie meridionali imburrate nel cordoglio, la fame strozzata nei cestini del consolo, le guance urtate dai baci sconosciuti di improbabili parenti. Ho permesso solo alla pancia di sciogliersi di calore, nell’ora del primo vero avviso.

Ho lasciato che la bocca premesse, squassata dal singhiozzo dei vivi.

E sarà durato cinque minuti questo reale momento di saluto, nonno. Perché ho già dimenticato i fiori, la banda, le circostanze e il resto. E mi sono portato appresso solo il ricordo di quella stanza, l’immagine riflessa, il velo dell’infanzia trascorsa, ripiegato nel cassetto del comò.

postato da: petiteAmelie alle ore 18:03 | link | commenti (9)
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