Vittorio Bodini
Non mi curo dei graffi alla gola e della voce che cambia.
Oggi mentre parlavo con te ho sentito l’odore del pomeriggio, la stanchezza fertile della canicola, ho visto le palme lucide, i fichi d’india e i muretti a secco.
Il tufo bianco e il viaggio in macchina tra i fazzoletti neri della grecìa e le lampadine da parata, per la festa.
Dormo poco in questi giorni, non mi intimorisce il fisico stanco, il viola adombrato dal battito leggero delle ciglia, sotto i miei occhi.
Mi piacerebbe continuare a parlarti nel sonno, nel sogno. Le nostre parole come mollica senza condimento, soffici per assorbire le amarezze malcelate.
Mi ricordi l’infanzia che ci raccontiamo nelle notti più ispirate. I disegni sul banco e il nostro essere spaventate davanti a un nocciolo, senza capire quanto sarebbe stato più difficile resistere. Davanti alla grandezza dell’albero. L’ulivo nodoso, in silenzio, nel vuoto del sud.
Cerco con la mano la parte bagnata della terra, lì, dove i semi si possono piantare.
in questi giorni sono
come sabbia attaccata sulla lingua
ma

oggi mi sento una caramella mou
travestita da mentina
in incognito
[on air: Mi sono innamorato di te - Luigi Tenco]
Triste dimora! Aborti nelle fiale,
rachitici e verdastri. Sorridenti
bambole sparse ovunque. Sofferenti
in vasi d’ambra fior di digitale.
Campane di cristallo su agonie
di cera, rosee maschere di seta
annegate nell’acqua ovale inquieta
degli specchi, malinconie impagliate.
Laggiù la città bianca col suo rombo
d’api e il suo fiume ardente di piombo,
come un pallido sogno di morfina.
Oh i crepuscoli tristi d’anilina
Sulle mura echeggianti di fanfare!
Da una finestra si scorge il mare.
Corrado Govoni, Il palazzo dell’anima, (da Le Fiale)1907
[sudore, zanzare, un sole timido e il primo caffè
A volte ho l’impressione che tutto questo mi mancherà,
un giorno]
Che ho l’insonnia e non riesco a dormire e guardando l’orologio verso le tre ho sentito la stanchezza scorrere lungo la schiena nuda, con il caldo a trecentosessantagradi.
Che ho deciso di non dormire in camera questa notte e poi anche di non dormire, mentre ero stesa davanti alla tv e giocavo a fare finta di appisolarmi con il telecomando in mano.
Che pensavo di tagliare i capelli, ritornare a casa domani e guardare la faccia stupita delle mie coinquiline mentre ammiravano il mio viso nuovo e à la page.
Che ho ricambiato idea subito dopo, ho socchiuso la finestra dopo il primo starnuto, senza cercare coperte, né scuse per sentirmi meno in colpa, perché certi tipi di insonnia non ti abbandonano mai, anche se le mandi via a suon di pedate.
Che mi sento un treno fischiare all’altezza delle tempie, mentre guardo le cose da compilare, i comunicati da scrivere, i percorsi da memorizzare.
Che mi piacerebbe sentire la sabbia per un solo minuto, sdraiarmi in posizione vitruviana con il naso sulle stelle. Che qui i saldi sui pezzi di luce sono finiti da un pezzo e non esiste nemmeno una luna contro cui ululare. Restano solo gli insetti, ma sono bestiole da condominio, con un pedigree che resta schiacciato sotto il primo colpo di infradito della notte.
Che non ho neppure voglia di un gelato. Sarebbe un capriccio sensato, sensibile, sensuale
sensualmente Estivo.
[e la sveglia del vicino ha appena trillato, amen.]
Roma fascinosa di sera, Roma bella ed elegante, di luci
come una donna fasciata di blu, di perle sul collo.
Roma estemporanea, in movimento
Roma che diventa Castel Gandolfo, Albano, Frascati.
Roma seduti a mangiare, il vino rosso e la porchetta
come le prime sere
come queste sere dopo tanto tempo
della vita che mi lascia e di quella che mi abbraccia, nonostante tutto.
Roma con la pelle bianca, sotto il merletto nero e la gonna di cotone
Roma e il silenzio, quello della colpa, quello delle scuse, quando è il momento
di mettere sui palmi delle mani il perdono
per cercare di coprire tutto quello che di meschino hai saputo donare.
Roma e la mattina, che è poco più che un assaggio di alba
Roma che vorresti senza pensieri
Nuda sul letto
ad aspettare
tempi migliori.
[che verranno, prima o poi]
Ela dirá, palavra descoberta,
Os ditos de costume de viver:
Esta hora que aperta e desaperta,
O não ver, o não ter, o quase ser.
E lei dirà, parola ora scoperta,
tutti i detti del vivere consueto:
quest’ora che sconforta e conforta
il non vedere, il non avere, il quasi essere.
José Saramago
[la stanchezza come perla
di rugiada
sul corpo appena
spalmato di crema
nulla penetra
nulla mi abbandona.]
Hã-de-haver uma cor por descobrir
Um juntar de palavras escondido,
Hã-de-haver uma chave para abrir
A porta deste muro desmedido
Hã-de-haver uma ilha mais ao sul,
uma corda mais tensa e ressoante
outro mar que nade noutro azul
Dev’esserci un colore da scoprire,
un recondito accordo di parole,
dev’esserci una chiave per aprire
nel muro smisurato questa porta.
Dev’esserci un’isola più a sud,
una corda più tesa e più vibrante
un altro mar che nuota in un altro blu
José Saramago
In questo periodo sono in ritardo su tutto. Anche nel fare gli auguri al mio blog.
![candeline[1]](http://files.splinder.com/371e454ee96adc71a2ed16f40e993667.jpeg)
un anno.
La vita è ciò che facciamo di essa.
I viaggi sono i viaggiatori.
Ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo.
Fernando Pessoa
Con il vestito di seta nera prima della doccia.
C’è un’aria di goccia appena caduta sul suolo e un leggero vento, di segreto sussurrato nell’orecchio. La radio accesa sotto, mi ricorda mia cugina d’estate, sedicenne, che ascolta Drupi, ballando vicino allo specchio della nostra casa al mare.
Il profumo dei capperi e mia nonna che lascia seccare i fichi al sole, sulla stuoia di canne.
I pomodori sott’olio e le lumache con l’origano. La strada di breccia, che ora è pavimento.
Io, con i capelli corti e G. con il gelato di spugna, che schiaccia il bottone giallo per far saltare la palla dal finto cono. D. con i suoi occhiali di plastica rosa a forma di cuore che manda un bacio alla telecamera e mia sorella, strigliata da mamma e papa per le marachelle di tutti. Questa casa di ombra e chiarezza, che lascio per l’ennesima volta e per sempre. Questa pancia che riposa sotto la seta e conserva nei respiri trattenuti tutti i bellissimi ricordi. Li condensa, senza filtri e li deposita nel fondo, per farli risalire su all’occorrenza.
Quando, per esempio, sono stanca, preoccupata, ma felice.
[Un passo alla volta.]
In questi due giorni ho cercato di pensare a un’idea che potesse sembrare simile alle fondamenta di una casa. Qualcosa di stabile, a cui appoggiarsi, quando le vertigini fanno tremare le gambe.
E invece resto in bilico, soggetta a cambiamenti repentini d’umore, ripensamenti sottili e retroattivi, come boomerang affilati. C’è qualcosa di eccitante in questo vuoto fatto di buchi in cui cadere: alcuni sono così densi che riesci quasi ad appoggiarci i piedi, sprofondando solo mezzo centimetro di più. Altri non hanno fondo, rovesciano la prospettiva in maniera subitanea e ti ritrovi senza aver capito come, con il culo per terra e nessuna leva a disposizione per risollevarsi. L’ennesima volta.
[ho perso il manuale delle istruzioni]
Traslocare è questione di abitudine.
Io ci ho fatto il callo. Si potrebbe dire. Un callo duro, da perdita della sensibilità.
Perché, in effetti, a pensarci bene, è necessario perdere la sensibilità nei momenti del passaggio.
La usi per svuotare i cassetti e stilare i promemoria. Ci chiudi gli scatoloni o imballi gli oggetti fragili. In fondo le cose da portar via non sono così tante. Molti pensieri rimangono tra queste mura che sono state sempre bianche, altri sono così piccoli e intensi che entreranno di sicuro nelle tasche.
La sensibilità annullata nel distacco aiuta, perché rende il trasloco rapido e indolore.
Quando gli addii sono improvvisi e non richiesti non c’è tempo per pensare.
Pensi al viaggio fuori programma e ai troppi treni che ti aspettano in stazione.
La valigia ancora vuota, mentre scendi dal vagone.
[moving, again.]
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
Via del campo, F. De André