E nel fondo della tazzina pochi grani di zucchero.
C’è una cornice di grida da stadio per pay tv che arriva fino allo schermo della finestra. Piccole goccioline di acqua secca e passata, chissà da quanto tempo, incrostano la visuale.
Il sole c’è. È una clausola prevista dal contratto di fine aprile. E c’è anche la vecchia che si affaccia incuriosita dal palazzo di fronte, più scrostata dell’ocra dei muri. Si gira con lo scatto circospetto dei piccioni invadenti, indossa un vestito viola con fiorellini bianchi. Mi ricorda mia nonna china sul tavolo di legno, con le mani lucenti d’olio e il profumo di zenzero nella pasta gialla dei suoi dolci.
Ora resta solo la perfetta estranea di fronte e la luce abbagliante dei fogli argentati che allontana gli uccelli molesti dalle torte sui davanzali. Nel frattempo il cielo fa l’occhiolino. Di nuovo grigio e vento. E
et voilà.
voce: gianmaria testa - Avrei voluto baciarti da Le Valse d'Un Jour
Questa sera abbiamo giocato alla morra cinese, io e te.
Tu, forbice.
Io, carta.
vado a letto con la pietra nascosta sotto il cuscino.
Le coeur soudain privé, l’hôte du désert devient presque lisiblement le coeur fortuné, le coeur agrandi, le diadème.
René Char, Lettera amorosa
stendi questo foglio lucido
con la mano sicura
che la tua voce muove
stendimi
su un filo di pensiero
lasciami il tempo
di asciugare
appesa
davanti alla tua contemplazione
felina e circospetta.
perché la luce entri
definendo i contorni
Sovraesposta
come una foto
resto ancora sommersa negli acidi
Non ci speravo più, ma a quanto pare esistono ancora professori che lasciano la mente libera e dimenticano di numerare le pagine della fantasia. Esercizio di scrittura creativa in classe, cinque parole a disposizione, un’ora di tempo per partorire questo:
Eppure sembra segatura.
Tampone assorbente dell’anima.
Il buio ha limato i percorsi dell’epidermide. Nessuna prova. La trama è violata. La rete è bucata.
Qui, sotto, tra i due alluci lividi. Una paralisi a uncino.
Sembra segatura secca. I rivoli immobili. Bitume incrostato all’altezza della rotula.
Come la migliore scena del delitto.
Sigillata. Do not cross. Me.
Sembra segatura secca. E invece è solo bianco. Di gesso.
Seguo la corsia preferenziale delle vene sul polpaccio.
Divieto di fermata sul ventre orfano. Diritto di precedenza tra le gambe aperte.
E il sangue cola e il gesso cela.
Piccolo tampax zuppo di peccato, in questo circolo perfetto che si apre, come corona.
Diamanti sulla testa e spine tra le cosce per la tua principessa.
Due uscite di fronte. Noi due.
C’è più spessore in questa fessura di fuoco che si apre sotto di me del. Noi due. A lato.
La puzza di gas. Maquillage di fiamma. Che disinfetta, disaffeziona.
Mi copre d’azzurro, violata.
Ti ho lasciato un promemoria. E ha la forma di una mappa, per terra.
Tracciata di bianco. Di gesso. Noi due solo a lato.
E al centro, per terra. Noi due. Già abortito.
Spegni il fornello quando esci. Gira la chiave. Non fare rumore.
Pedaços…
“Alfama è un animale mitologico. Pretesto per sentimentalismi di vario colore, sardina che molti hanno voluto mettere sulle proprie braci, non sbarra il cammino a chi vi entra, ma il viaggiatore sente che lo accompagnano sguardi ironici(…). Il viaggiatore procede per vicoli tortuosi, questo qui, dove le case da un lato e dall’altro quasi si toccano, e lassù, dove il cielo è una fessura tra le gronde separate a stento da un palmo, o per queste piazzette inclinate dove due o tre scalini aiutano a vincere il dislivello, e vede che alle finestre non mancano i fiori, né le gabbie con i canarini, ma il cattivo odore delle fognature che si sente nella via deve sentirsi anche di più dentro le case, in alcune delle quali il sole non è mai entrato, e anche in queste qui, a livello della strada, la cui unica finestra è lo sportellino aperto nella porta(…).”
José Saramago, Viaggio in Portogallo
Continuo nel passaggio. E mi godo l’anteprima dell’estate romana. Le ombre sui muri dei palazzi pallidi di fronte si uniscono a quelle dei tetti portoghesi, in aprile.
È passato già un anno.
Rua Luciano Cordeiro 107 e un balcone, un rampicante, un tavolo di legno. Ricordo ancora i quattro piani di pensieri stesi ogni sera con Marta e Ana Sofia prima di andare a dormire, le candeline spente, le cene consumate. Ricordo l’ombra dei tulipani e la famiglia francese che accendeva le lucine di Natale in pieno maggio. I biscotti di dicembre e le tue infradito brasiliane in primavera. Le nostre discussioni e le mollette colorate per terra. Quando la festa non finiva mai per interi giorni e quando sfidavo le mie vertigini seduta sul cornicione. Una prospettiva privata, violata da pochi. Con le scie degli aerei sempre troppo vicini, piccoli segnalibro delle mie letture solitarie.
Ricordo tutto, basterebbe ammetterlo:
che ho lasciato cuocere le mie emozioni a fuoco lento, a bagno maria.
E oggi ho svitato un vasetto e sotto il vuoto del tappo c’era profumo di buono.
“Una superba volontà di fare mi gonfia tutto, ma non ho il bersaglio su cui puntare come un proiettile”.
Beppe Fenoglio da il Diario, 18/8/1954
Come chiusa nell’ipercubo. Con il sudore che resta di cellophane sul viso. Non si scioglie nemmeno lo sforzo sulle labbra tagliate di arsura. Cercare il passaggio nell’angolo retto sul fondo.
Resta la luce artificiale, come brillantina sulla testa crespa. La lampadina nuda senza contorni che illumina il rosso degli ovetti sul tavolo. Ho fatto una promessa al sorriso che combaciava con il mio qualche anno fa.
Io gioco.
Ma non ricordo più dove ho sotterrato i dadi.
Ho un funerale da organizzare per le mie scarpe in finta pelle.
Perché certe cose a volte succedono all’improvviso.
Cammini e scopri il fiore reciso, il vuoto nel centro.
E al posto delle foglioline screziate di colla
riesci a vedere solo due ali aperte e inutili
un crocifisso senza sacrificio
piantato sul palmo del piede.
come un nido oggi l’auditorium.
come un nido di velluto rosso
e al posto del cielo le onde di legno
in alto,
che ogni singola fessura di luce sembrava corda
e martelletto insieme.
tre strati di gonna ordinati dalle mani
religioso il silenzio
tradiva anche il rumore
del cotone appena stirato.
il cuore come un gomitolo
bandolo troppo pieno
di nodi di note
per essere sciolto.
e la mano
calda a lato
non mia
monca
per verginità di percezioni.
ad occhi chiusi
li toccavo tutti
i polpastrelli sui tasti
svestivano il nero e il bianco
come amanti frettolosi
e il pianoforte nudo
sotto il cono di luce
mostrava
svergognato
il seno ruvido.
nel buio la mia corteccia
seccata sul pavimento
le gambe strette
come per
poter chiudere a chiave
da dentro
le porte di questa parentesi
notturna
come per
soffocare di intenso
senza virgole appese
guardiane
ad aspettare.