Affondo il viso nei vapori alla vaniglia del the, mentre mi aggiro di lana e di blu nella penombra della casa. Ho ancora nella bocca il sapore disgustoso della medicina, tremila spilli in testa, una trave dietro la schiena e da quando vedo il mondo in verticale, anche la torta bruciata sul tavolo non mi sembra poi così male.
Questo perimetro di muri, stendini vuoti e serrande abbassate è zona franca di pensiero, oggi.
la cucina pulita.
le mani di carta vetrata.
le unghie graffiate
e lo smalto steso a metà
su queste piccole dita di foglia.
bossanova e spaghetti.
il plexiglas del cielo
la crostata tagliata
per tre quarti
sulla dispensa.
Il caffè nella tazza
una punta di zucchero.
l’orologio acceso
le lancette ferme
fermo l’istantanea
di uno stretta sul cuscino
attrito nella testa
tra le lenzuola
scivolo senza presa
su questa inaspettata
umidità
delle passioni.
Reset: mode.on.
Grattare lo sporco/ l’incrosto del dolore/ in piedi/ con cura/ nell’impasto delle cose
Stefano Lorefice da L’esperienza della pioggia (Camponotto Editore, MMVI)
voglio uno schiaffo
che lasci forte un rossore
sulle guance
come la radiografia di un pensiero
pulito e definitivo.
voglio un abbraccio
che riesca a stringere
tutto quello che bisogna conservare
per lasciar cadere a terra il resto
pelle morta da buttare.
voglio parole urlate nell’orecchio
e un vento che gonfi onde nello stomaco
una corsa con l’umido nelle scarpe
e labbra screpolate da curare.
voglio qualcuno che conti i secondi
per pesare i minuti che perdo dalle tasche bucate
il forno acceso e l’odore di burro tra le mani
mentre intreccio pasta su un foglio di fragole.
voglio un giorno di silenzio
perché la quiete torni a essere tempesta
una scatola di colori
e una tela nuda
da sfiorare come un corpo
nel buio della stanza.
voglio sabbia fina per piantare i piedi freddi
e vecchi alberi da abbracciare
voglio un ritorno
effettivo
da prima nazionale.
Ultimamente non porto più collane addosso, né altri accessori. Mi basta un tocco di trucco e la pazienza di tenere a bada i miei capelli, che non riconosco più.
Così scuri e ispidi, sembrano essere l’emanazione dei malumori dei tempi passati, ma ancora troppo presenti.
Questa sera sfoggiavo una collana di pensieri ed emozioni che brillava di luce propria.
Le sue pietre erano dure, preziose, mostravano e nascondevano mille s(facce)ttature.
Legata da un filo robusto, oggi, ogni pietra raccontava una storia.
Passione-Desiderio-Nostalgia-Stupore-Stanchezza-Malinconia-Leggerezza-Speranza-Dolcezza.
e le guance si sono sollevate in sorrisi di spensieratezza
mentre pensavo ai ritorni di luce inaspettati
e allo zucchero che si è posato sulle mie labbra
senza essere leccato via.
Ora ho sentito il bisogno, alcune volte, di rendere la parola trasparente, quindi di “inesisterla”, come una speranza quasi da cieco che va a tastoni e dice: io trovo la strada con i polpastrelli. Altre volte invece la parola è venuta avanti incombente (…) è comunque il coacervo di miliardi di momenti luce, di momenti ombra, di momenti fame, di momenti incontri. Quindi ecco che allora la assapori, la vivi, la scopri, la riveli, la neghi, la recuperi, come tutta la vita(…). Dei momenti è uguale al sole, è uguale al cielo, è uguale al calore, io ho cercato- credo- di avere le mani così leggere da lasciarla lì, da poterla con un soffio mandare via, ma nell’insieme ho avvertito più la pesantezza che la leggerezza delle parole (Zavattini, 1980, pp.83-84)
Una volta ho letto un’idea di amore
mentre ero a letto con la febbre.
E abraçávamo-nos com toda a força que tínhamos, como se os corpos estivessem a mais no meio do que queríamos juntar , como se os corpos estivessem mortos e quiséssemos ainda respirar, e não pudéssemos desfazer o nosso abraço, era a última coisa que queríamos, mas não podíamos continuar, o cansaço invadia-nos por culpa dos corpos que estavam a mais, os corpos é que nos cansam todos os dias, os corpos estão a mais, estamos fartos disto e não podemos fazer de outra maniera a não ser
a não ser o quê?
a não ser continuar este abraço que nos tira a respiraçao até que desmaiemos, desistamos, acabemos, deixemos de existir. De verdade, de verdade nunca existimos senão neste istante que acabou , para sempre acabou. Olhamos para a frente e olhamos para trás- è isso a vida? Neste istante olhar para a frente e olhar para trás e em nenhum istante acabar.- Será isto a vida?
[E ci abbracciavamo con tutta la forza che avevamo, come se i corpi fossero più della metà di quello che volessimo unire, come se i corpi fossero morti e volessimo ancora respirare, e non potessimo disfare il nostro abbraccio, era l’ultima cosa che volevamo, ma non potevamo continuare, la stanchezza ci invadeva per colpa dei corpi che erano qualcosa di troppo, i corpi sono ciò che ci stanca tutti i giorni, i corpi sono qualcosa di troppo, siamo stanchi di questo e non si può fare in nessuna altra maniera per non essere
per non essere cosa?
per non essere continuare questo abbraccio che ci toglie il respiro fino a quando non sveniamo, desistiamo, finiamo, lasciamo di esistere. In realtà, in realtà non esistiamo mai se non in questo istante che è finito, è finito per sempre. Ci guardiamo avanti e ci guardiamo dietro- è questa la vita? In questo istante guardare avanti e guardare dietro e smettere in nessun istante.- Sarà questa la vita?]
Pedro Paixão- Muito meu amor
È primavera e non riesco proprio a fare a meno di sorridere.
Per questi colori, per quest’aria di polline,
per il sole che non ti concede il lusso di un broncio.
È primavera e sento lo zucchero filato tra i capelli
mentre attorno sembra che tutti siano in preda a furori mistici
da innamoramento.
Ci sono sorrisi pronunciati che arrivano fin sopra agli zigomi
hanno la forma di un arcobaleno
così grande che alla fine ci trovi un tesoro.
Io mi fermo ad osservare questa felicità altrui
come quando cerco di capire l’angolazione giusta
per lo scatto finale, che mi racconti.
Eppure
resta ancora tutto in bianco e nero
mentre succhio zucchero filato
dalle punte dei miei pensieri.
E c’è di nuovo
che non mi va più di aspettare
certe gocce che, già lo so,
non riempiranno il mio mare.
Poi ogni tanto mi fermo
e dimentico di essere distratta.
Guardo attraverso la cruna dell’ago
e proteggo le mie dita da pachiderma
da pensieri aguzzi
che brillano di metallo.
Se la punta affonda
questa volta
voglio che tutto sia denso
e radicale.
quando sette giorni pesano sette grammi
e non c’è ago al mondo che possa essere tarato meglio
per la mia bilancia .
.ora.
Non c’è tempo che possa essere mortificato,
non c’è spazio che non possa essere riempito.
Riesco solo a vedere qualche fiore di pesco
baluginare tra i rami
mentre stringo la vita, fino a farla soffocare.
Striscio silenziosa,
nei cunicoli che mi dividono dal vuoto
soda
come un uovo
dalla buccia bollente.
je cherche.mais.
Fosse per me questa notte dormirei così.
Avvolta nella sciarpa lunga e grigia, con il cappotto ancora addosso. Non ho voglia di spogliarmi di nulla, neanche del senso di sorpresa e di sogno.
Sembra l’ora lunga del caffè con le amiche, in un bar all’aperto, con il tempo gonfio, tra vezzi, confessioni e pettegolezzi sussurrati a bassa voce. Sarà la primavera. C’è un’aria mite che accarezza gli occhi, gli stessi che non vogliono cedere mai, riluttanti al cotone dei cuscini. Sarà che si cambia. E l’inclinazione si sposta di qualche grado, senza intermezzi di passione. Sarà il desiderio. Che i semafori non possono essere sempre tutti rossi. Sarà che questa sera questo film aveva il sapore delle caramelle Rossana. Quelle che mi dava mia nonna quando di nascosto la domenica andavo in salotto a giocare con i suoi ninnoli di porcellana. Uno strato di cellophane è troppo sottile per imballare tutto il pensabile. Frugando nelle tasche ho scoperto lame del passato ben affilate per squarciarlo in tanti piccoli coriandoli di felicità. C’è un imbarazzo che cade e non fa rumore. Mi veste e mi investe dai piedi fino alle ciglia. Un sorriso con un senso di colpa che abbassa le difese. Perché non si può fare finta di niente, se una notte, per caso, ti regalano le stelle.
Se fosse già mattino mi scioglierei. Biscotto rotondo che cade nel latte bollente.
Due secondi. Due secondi basterebbero.
Per un pluff di piacere.