
C’è un sonno fatto in diagonale e una coperta arancione
che pare di essere in estate
e invece
l’inverno è tutto là fuori.
Una casa straniera
l’immobilità surreale degli oggetti intorno
e i gatti che si muovono silenziosi
corteggiando le caviglie.
La borsa chiusa e un’arancia sbucciata in fretta
mentre di fronte allo specchio
il nero della matita scola sempre a lato.
Il vestito della festa stretto nel cappotto
il deserto della città
quando è domenica e le finestre sono tutte chiuse.
Sembra uno di quei sogni degli ultimi giorni
solo che non ci sono i treni e neanche il mare in cui tuffarsi
non ci sono voli e i paracaduti che si aprono
non c’è l’assenza di vertigine.
c’è solo quiete
un bus e un vecchio che legge il giornale
nessun periodo prolisso
da seguire con l’affanno
alla ricerca di un punto
per respirare.
Sgrammaticata nelle percezioni.
Il ritorno a bocca chiusa
per ritrovare il tepore della casa e dei cuscini intatti
freschi di assenza
la stanchezza umida sotto il getto della doccia
e un promemoria da lasciar scivolare nello scarico
insieme al sapone.
Nel riflesso del caffè c’è tutta la distanza del percorso.
ho ancora troppe fermate da fare
e nessuna voglia di arrivare al capolinea.

Oggi tutto è scuro
a partire dal cielo là fuori.
Il giallo sul vetro conserva i toni
di un ocra in disuso.
ho il peso di tante pagine
che mi grava sul respiro
Speso per parole di convinzione
che porteranno a un ennesimo giudizio
da registrare
Inghiottito per quelle
che ti vorrei dire
e che invece non posso pronunciare
ti mancano la pazienza
e un serio vocabolario da consultare
lentamente
comincio ad abituarmi
a questo fallimento
ermeneutico
dei sentimenti.
una gonna nera a palloncino
che a guardarla meglio sembra un cuore
quando le gambe fasciate di viola
si incrociano, sollevando in silenzio il bacino.

un silenzio
fuori il mare
cade il freddo sui cappotti

una poltrona blu
e coriandoli di rosso
sparsi davanti agli occhi

un posto sul corridoio
numero diciassette
che è diventato quindici.
prima fila.
[l’ha rubato una coppietta il mio numero
io sorrido e lascio fare
la prospettiva non cambia
resto sola
anche con due posti di differenza
a fare da ponte alla mia attesa.]
un recinto di fari bassi
il vociare e poi gli applausi
musica, balsamo dell’anima
labbra rosse di morsi
e ventate di sospiri.
ho un recinto di denti
bianchi
di gioia
e mi viene da pensare
che la felicità ha questa maschera
per questa sera di carnevale.

Merci monsieur Niccolò.
amica: auguri tesoro!
io: ahaha...perché mi fai gli auguri?
amica: perché sei la persona più innamorata di Tutto che io conosca.
io: ....!
E poi un saluto. E un sorriso.
Che mi ritrovo a dispensare consigli impropri per le circostanze, il soggetto e la forma.
Ma c’è questa responsabilità dalla quale spesso cerco di svicolare, che si presenta davanti al naso con improrogabile urgenza, per esempio oggi. E allora schiarisco la voce, rilasso il viso e si affacciano le prime rughe di pensiero. Un pensiero materno che mi stupisce, in questo periodo di goffaggine sentimentale. Il sorriso dell’occorrenza non può svanire in questo momento, me lo impongo con una voce rassicurante. E a dir la verità mi dona pure, come quando scopri che la vita, ogni tanto, regala anche stupore. Per fortuna. E c’è questo ragazzino, di quindici anni, tutto brufoli e sensibilità, che mi fa delle domande. E poi ci sono io, con qualche anno in più, che gli racconto storie di tanto tempo fa, mentre mi dedica pesanti sospiri silenziosi, dall’altro capo del telefono.
Quanto costa al kilo il coraggio questa sera? Perché ho bisogno di dirgli che sarà più o meno sempre così. Che l’incertezza non si spezza con un passaggio, che non ci sono dazi che compensino per le prossime fermate. E che ogni volta si pagherà, con gli schiaffi e con i sorrisi. A me viene da sorridere, ora che l’orecchio brucia ancora e ho la guancia che ha preso la forma della cornetta. Ora che ho un grazie che è rimasto legato al collo e pende all’altezza del petto. E il sorriso mi sfugge dalle mani e si stampa sulla prospettiva surrealista di questo ometto che ha fretta di crescere. C’è un disegno fra me e lui. Una donna grande e forte, che lui crede di ammirare. Non c’è macchia, né correzione, solo un poco di colore, che dovrebbe impreziosire l’opera d’arte che non sono. Lui mi vede un po’ così, grande, grossa e già compiuta. Gli racconto ancora fiabe, perché voglio edulcorare, i vecchi sogni già passati e le speranze per quelli che ancora devono arrivare. Crescerà e imparerà, anche se ancora non ci crede. E il coraggio è troppo caro questa sera
per spiegargli che in fondo siamo tutti adolescenti.
Grandi, grossi, già compiuti
E con maschere costose
da adulti
professori
ripetenti.
“Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita.[…] Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento; il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.

[
Toni Frissell, Midsummer Night
…] Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta di nuovo in me a lavorare. […] la città è lontana […] muojo ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.”.
Uno, nessuno e centomila , Luigi Pirandello
C’è un po’ di niente che aiuta
in questa quotidiana semplicità.
Se solo mi spostassi di mezzo centimetro
Cadrei.
Olio e acqua
come calma e tempesta
non si mescolano mai.
Come riuscire a spiegarlo
a chi mi vuole bene
eppure non capisce.
C’è una condanna alla scelta sbagliata
che riporta sempre al punto di partenza
mentre percorro emozioni in evidenza
che glissano a lato.
Ciò che solletica il cuore
resta schivo, lontano, inaccessibile.
ho legacci che stringono la lingua
e legami che bagnano d’oro la mia bocca.
eppure l'evidenza è diafana.
ingratitudine contraddittoria
che non riuscirò mai a ridurre
ai minimi termini
è questa la mia vera condanna
e il cuore lo sa.
con lieve ritardo...
colgo l'invito di Gattocanguro e partecipo alla "catenella" che mi ha proposto
perché quando si parla di libri e di storie incise su qualche rigo
non posso dire di no...
il giochino
consiste nell' aprire il libro a noi più vicino a pagina 123, poi arrivare alla settima riga e riportare quello che c'è scritto fino alla nona riga.
mi attira quello che riporta sulla copertina una foto color seppia, di una donna che si volta guardandosi indietro...chissà chi sta cercando:
"Michael mi prese la mano e la strinse fra le sue per un momento, proprio come aveva fatto una volta mentre uscivamo dal caffè Atara e fuori ci aveva accolto la pioggia."
Michael mio, Amos Oz, Universale Economica Feltrinelli
e come ogni catena che si rispetti, sono curiosa di sapere cosa c'è scritto nelle pagine di:
Mizya, Clara e Rosanegra
Li ricordo tutti a memoria
gli scompartimenti del cuore.
Hanno i vetri appannati dall’alito
degli amori sussurrati
non c’è freddo chiaro che renda
visibile
il necessario.
Non c’è paesaggio che scorra
sotto lenti scure
o ciglia bagnate
di pianto
da sbadiglio.
I binari cambiano
e anche le direzioni.
C’è una fermata lunga
e la porta che si chiude
spezzando la cenere della prima sigaretta.
mentre le valigie restano in fondo
graffiate dal passaggio
di estranei frettolosi.
C’è bisogno di una fermata
che duri il tempo
di un giro completo
di fumo.
perciò.
quindi.
Amami, se hai coraggio.