Ho appena finito di vedere
Ho un fastidio allo stomaco.
Sarà che questo film stasera mi suggerisce qualcosa in più.
Le coincidenze nella mia vita non arrivano mai per caso.
E sento insinuarsi un rumore nella testa che è più forte della pallottola di una rivoltella.
Io vorrei solo dirmi/ti: senza di te, grazie.
Quando la macchina della polizia è arrivata faceva già giorno e come previsto l’ambulanza era sul posto. I portantini erano entrati nella casa con due barelle. Il medico legale ha dichiarato:
“Abbiamo trovato sdraiati al suolo i corpi di un uomo e di una donna. L’uomo è riverso sul corpo della donna, con le gambe tra le sue, si nota dietro l’orecchio il foro di una pallottola di rivoltella, dal foro è uscito del sangue ora coagulato. Sul viso della donna abbiamo constato un’identica ferita, fatta con l’arma che impugna ancora nella mano. La donna è riversa sul dorso, le gambe divaricate. Il vestito rialzato lascia intravedere la parte superiore delle cosce. La testa è girata verso la finestra che dà sul giardino. La morte è stata istantanea ed è avvenuta presumibilmente verso le 5.30. Data la posizione dei loro corpi, c’è da supporre che quell’uomo e quella donna abbiano avuto un rapporto sessuale subito prima di morire.”
I corpi di Matilde e di Bernard temo proprio che non saranno tumulati insieme. Se dovessi scegliere un’epigrafe funeraria per quei due, so bene cosa scriverei: Né con te, né senza di te.
Ma nessuno chiederà il mio parere.
Vorrei sigillare in tante scatole perfette, tutte uguali, certi pensieri spigolosi.
Le riporrei tutte in pila in un angolo buio e umido
e continuerei a riempire i miei spazi di luce e tulipani.
Peccato che la mia vita sia in perenne trasloco.
Le scatole restano tutte aperte lì e ingombrano.
Ho voglia di partire
ma senza valigia.
Oggi è una di quelle giornate grigie senza mezzi toni, né compromessi
che mi verrebbe voglia di buttare una goccia di latte nel cielo,
giusto per vedere se si screma un po’
un cappuccino di stagione
caldo e fumante.
Se si potesse rompere con un dito questo monotono senza variazioni che c’è nell’aria
Come crepe squisite di creme brulée.
Sono stanca
di una stanchezza dolce e remissiva.
Mi accoccolo, gatta, sul divano, accanto alle gambe di flanella mille colori di mamma.
Sinceramente reticente ai suoni e ai troppi sommovimenti.
Maneggiatemi con cura, potrei rompermi.
Vedo male,
troppo ancora.
Un piccolo giro con la macchina per andare a comprare pane, verdura e quelle mele rosse che mi piacciono tanto e poi un pensiero.
Un viaggio di solitudine, il mio preferito.
Io, le mele che rotolano ai miei piedi e la musica nelle orecchie.
Strada spoglia, quasi nera.
Grigio
della strada
del cielo
linea dell’asfalto
bianca ma doppia.
Così almeno suggeriscono gli occhi.
La testa che si fa pesante
e che spesso perde il controllo.
Respiro a fondo, so che arriverò presto. Forse non dovrei affaticarmi, ma voglio farmi questo regalo.
Già lo so che sarà bellissimo e irripetibile, in questo silenzio invernale e burbero, il mio mare.
Il paesino taciturno e abbandonato sotto i cumuli di foglie rosse, l’autunno ancora abbracciato ai muri di queste case salmastre e solo alla fine della lunga strada, la scogliera con la torre saracena.
Mi fermo e cerco riposo in battiti di ciglia sempre più cauti.
La spuma lattiginosa che si spande in conati sempre più grandi per poi ritirarsi.
In altri tempi avrei detto: come mi somiglia questo mare
Così arrabbiato
Così impaziente
Così desideroso di spingere via
Fuori
Ma sempre incerto nel suo indietreggiare.
E invece ora mi limito solo a sistemare meglio le cuffiette, corteggio con la mente quell’acutezza che mi manca, per capire fino a dove posso arrivare
Con questi occhi
Con questo cuore
Ancora in affanno.
Una convalescenza di pensieri.
E se la mia vita fosse tutta una metafora?
Le immagini diventano nitide lentamente, è un processo che richiede pazienza e tempo.
Sbircio senza pretese il campo circostante, mi avvicino il palmo della mano dinanzi agli occhi ed ora mi sembra così perfetto, così pulito. Come se quel qualcosa che è sempre mancato, ora non avesse più bisogno di filtri, di aiuto. Ce la faccio da sola. L’urgenza si è dileguata, schiacciata sotto le astine degli occhiali riposti nel cassetto. Ora potrei buttarli via, ma ho pregato mia sorella di lasciarli lì, tra una bolletta e il mazzo di chiavi. Le lunghe distanze, quelle si, restano ancora faticose. Ombre dai contorni poco definiti, che per scacciare quest’ansia di vedere, mi ritrovo sempre con le dita che giocherellano a pochi centimetri dal mio naso. Mi faccio ciao, strizzo l’occhio e butto giù ancora un po’ di collirio.
Passerà anche questa.
Un piccolo avviso per chi mi segue.
Sono visivamente disabilitata, purtroppo. Sono stata incautamente ottimista, una delle poche volte nella mia vita. A chi venisse l’idea di “cambiare la propria vita” facendo un laser ad eccimeri agli occhi, passi da me prima, per una preparazione spirituale. Dopo quasi 48 ore buttata nel letto a dormire e rifuggire qualsiasi fonte di luce, non ce la fo più e scrivo, con una lentezza imbarazzante, questo piccolo post. Ho ancora i colori che rimbalzano tra la testa e le pupille, mi “drogo” di antidolorifico ininterrottamente e gli occhiali che mi hanno dato dopo l’”abbronzatina” non sono niente male, fanno molto Ray-
Accendete una candela per me.
Ma coprite la fiamma con la mano, la luce mi da ancora fastidio.
Please.
Le gambe nella donna sono il perfezionamento della sua volontà.
La gamba erotica abbandonata mollemente sul letto è un adescamento naturale del non riposo.
Appena l’uomo toccherà quell’arto inerte diventerà un abile corridore, si farà in quattro per procurare sangue e tranquillità a quelle forme insostituibili, perfette sia per l’ozio che per la procreazione.
Ma le gambe delle donne hanno molti occhi che l’uomo non vede e molte labbra di cui non si accorge. Sono occhi e labbra che cercano l’amore sì, ma soprattutto la vita dell’amore.
Alda Merini, La vita facile- Sillabario
Ora scrivo un post, perché gira tutto intorno e parlo sola.
scrivo così ho l'impressione di essere meno pazza
e insonne.
le parole, le parole inutili che non servono
sono rena di consolazione che non riesce a coprirle certe macchie di sangue. Lo sporco non andrà mai via e forse è giusto che sia così. E allora che faccio? Evito di scadere nei luoghi comuni conditi di grossolane sottolineature giallo fosforescente e facciamo che ti resto vicina così, in tutta la mia sorprendente inadeguatezza. Per questo periodo, al quale non voglio dare nessun aggettivo.
La conosci tu la grammatica dei tuoi sentimenti. Fai l'analisi logica del tuo cuore, addentrati cautamente in quella della mente, senza abusarne.
Agitare prima dell'uso e poi respirare a fondo.
Preferisco passare a prenderti e andarcene vicino al mare con due birre e il primo freddo dell'inverno. Possiamo stare anche in silenzio se vuoi, nessuno verrà a dire che siamo patetiche o anonime. Non ci serviranno commenti di chiusura. Decidiamo tutto noi, senza compromessi.
Lo senti anche tu questo tonfo sordo? Fa rumore solo nelle nostre orecchie, tutti gli altri continuano a parlare indisturbati, come se nulla accadesse intorno. E già, forse perché è l'involucro che è troppo vuoto
o troppo pieno.
Punti di vista.
So solo che mi piacerebbe abbracciarti e pensare che sia normale che tutto vada così.
Nessuno vince, nessuno perde.
Ci abbracciamo, vuoi? E ridiamo di gusto, la mia risata e la tua, tosse di allegria e perduta spensieratezza. Tita, siamo proprio nella merda, non vedo l'ora di dirtelo di fronte al mare, con la mia anima incastrata nella tua.
Offerta doppia, come il balsamo e lo shampo.
Delle mie parole cogli solo il significante
senza misurare il peso specifico del loro significato.
L’intelligenza dell’amore è a sé stante, lo so.
È preciso
implodir a palavra
desconstruir
o edifício
libertar
o silêncio
Ozias Filho, Páginas Despidas