“Non delimito non disegno,
l’ingresso alla notte del mio amore
è illuminato,
è l’uscita che è oscura”.
Adonis Cento poesie d’amore
Me lo sono detto tante volte: il mio modo di amare ha qualcosa in sé
di complicato e straordinariamente lineare
al tempo stesso.
Quando ero piccola ero una bambina molto diffidente
sorridevo con compostezza e mi gongolavo nel mio egocentrismo.
Selezionavo con cura le amicizie, mi lasciavo intenerire da amori idealizzati, piuttosto che vissuti.
Ero un esserino saccente ed arrogante
e mi sentivo grande dentro
forse troppo adulta
per gli anni che mi portavo addosso.
Un comodo vestito di apparenza
anzi, no
un impermeabile
che mi riparava da tutte le possibili piogge acide dell’esistenza.
In questo moto di rivoluzione
che è la mia vita ora
resto ancora l’Asse attorno al quale il mio mondo
gira
cambia solo l’inclinazione
cresciute le convinzioni, smarriti gli equilibri
nascosti sotto strati di pomata bianca
di sorrisidaipasseràmachisenefrega
che non leniscono il dolore
al tatto
alla pressione
dei sentimenti miei
dei sentimenti altrui.
Il Casino della mia anima ha chiuso
serrate, le porte
spente, le luci
soffocati, i gemiti
non posso continuare a prostituire la mia volontà
stretta tra le gambe di gente egoista
che predica amore
senza capire come si possa cominciare a donarlo
davvero
questo amore.
che sembra semplice
ma in realtà non lo è
almeno non per me.
Questi venditori di fumo
pronti a regalarti mazzi di fiori ingombranti
senza capire che la dolcezza
si nasconde dietro lo stelo sottile di un tulipano.
La lusinga dei sorrisi larghi e altruisti
gli abbracci caldi
e
le mani strette
non mi appartengono più.
Troppo, tutto diventa troppo
quando estesa si fa la terra bruciata
attorno.
Voglio essere amata in silenzio
come il rumore di un bacio sulla palpebra
un battito di ciglia
sul
naso
che scivola appena
come lingua
nella
fessura delle labbra
morbide e schiuse
tue
all’altezza
della fronte
mia.
E voglio che il desiderio
di per fra te
e me
sia
fiato caldo
che esce
prepotente dalla pancia
d’improvviso
senza farvi più ritorno.
Oggi ho finito il primo tra i libri della “trilogia irrisolta”, comprati nei mesi passati, con religiosa dedizione e non terminati.
Non mi era mai capitato di lasciare un libro a metà, negli ultimi tempi ne ho traditi tre contemporaneamente. Sto cercando di recuperare/rmi.
“(…) Dopo aver fatto l’amore, dormiremo abbracciati. La tua schiena contro il mio ventre. E io stringerò le dita dei piedi attorno alle tue caviglie, come delle mollette, perché tu non possa volar via la notte. Saremo come un’immagine in un libro di scienze: un frutto tagliato a metà, tu la buccia e io il torsolo”.
David Grossman Che tu sia per me il coltello
Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall'alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.
Patrizia Cavalli
…e oggi ero chiusa nel mio vestito arancione, con il viso incastrato tra le parole del nuovo libro, golosa e ingorda di una solitudine ricercata e conquistata.
Me ne stavo lì, da sola. E mi sentivo scorrere dentro e affianco la città. Con i suoi vicoli dipinti di un prematuro buio, per via del cambio dell’ora.
L’inverno si affaccia e sembra così ridicolo questo caldo che coccola le braccia scoperte, mentre stringo a me la borsa con dentro i miei tesori. La mia bimba macchinetta, rimasta quasi per tutto il tempo a riposare, tra le mentine, l’accendino viola e le sigarette. Qualche biglietto del bus scaduto, il libro preso e abbandonato più volte, un elastico nero di spugna e cianfrusaglie dei giorni passati.
Il tempo beffardo, che ha vinto sulla mia voglia, finalmente ritrovata, di perdermi dietro lo scatto del mio dito, la vanità della mia percezione.
Ma è stato bello comunque, è stato bello godermi un silenzio, ricamato di sguardi, nascosti tra i passanti. Domenica a Trastevere, a cercare nei vicoli una luce diversa, ad entrare nelle chiese
tutte aperte
dorate, in penombra
respirare il religioso silenzio delle orecchie tese verso il pulpito, il sollievo nella preghiera
che oramai non trovo più.
Una domenica stupenda, tutta per me.
Ho reciso con una lama sottile e lucente
questo bozzolo scuro e duro che mi ha contenuto
nei mesi trascorsi.
Un bisturi per l’anima
Affilatissimo.
Che questa preziosa fessura
si schiuda
da dentro
con naturalezza
impercettibile.
Io ci sto provando
lo giuro
ci sto provando
ad aprirle queste ali
ancora troppo fragili
per rompere la seta di ricordi
che le avvolge.
La metamorfosi
quando avverrà
sarà veloce
come un battito.
E mi solleverò
su di Te
per guardare le tue mani
occupate solo da un bozzolo
ormai aperto a metà
più leggere
e vuote di Me.
Profumo di fiori, lavanda, candeggina e anticalcare.
Dopo numerosi giorni di latitanza dalle cure domestiche
ho messo una mano sul cuore e l’altra sulla spugna.
Ho le dita dure e l’animo molle
nuovi solchi sui palmi disegnano inediti percorsi
una chimica che brucia l’epidermide
ma sono contenta.
Mi perdo a ritmo di musica,
nel blu della mia salopette
innaffio le rose e i girasoli
ancora avvolti nel cellophane rosso
e penso che comprerò delle piante nuove,
ho bisogno di prendermi cura di qualcosa
mentre il qualcuno mi sfugge.
Mi viene in mente il viola delle primule
e il giallo dei tulipani
i miei preferiti.
Avrei voglia di fumare
ma cerco di non pensarci troppo.
Resto tesa
sulle corde di questo violino
che suona solo per le mie orecchie.
Mi evito
schivo il desiderio
che si espande
sollecito
nello stomaco.
Non pensare
pensarci
pensarlo.
Astinenze terapeutiche
Gli acuti salgono nell’aria
deglutisco preoccupata
ma una smorfia disegna una nuova fossetta
sulle mie labbra a forma di cuore.
Oggi è un giorno di festa
Un’ epifania di nuove emozioni.
Sorseggio una birra
rigorosamente scura
ascoltando un fado
profondo, caldo
cola dalle labbra
come questo sapore di malto
corposo e intenso.
Vorrei implodere per un istante
e poi riaprirmi come una ginestra
in silenzio
sotto le stelle.
Sono fuori in balcone e fumo la mia sigaretta nervosa.
Qualche giorno fa avevo anche smesso, ma ora non ha senso niente.
Smettere.
Cominciare.
Mi piacerebbe metterci un ri- davanti, sarebbe ottimistico
per me
Io che sono una pessimista collaudata.
Sono fuori.
Fuori controllo
Fuori fase
Fuori da ogni ragionevole dubbio ora vorrei premere un tasto
Rewind
per cancellare gesti, parole, opere e omissioni
per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
Fuori da ogni ragionevole dubbio vorrei riprendere il controllo
quella sicurezza che ostentavo qualche anno fa
quando mi sembrava di avere la vita in mano
se non addirittura il mondo.
E la stringevo con ghigno arrogante
sempre a testa alta.
Mi sento come la buccia di un caco acerbo
Ruvida
al tatto
al gusto.
Stanotte un cuore si è fermato e un altro tremava, dall’altra parte della cornetta
e il mio è rimasto sospeso
per qualche inutile frazione di secondo
mentre vomitavo parole sconnesse e sicure
come quelle di qualche anno fa.
Fumo fuori
e i gesti meccanici sono una sfida al cuore
quello mio
che ancora batte
ma fa strane capriole dentro
e vorrebbe esplodere, frantumarsi
come i pezzi di uno bellissimo puzzle.
Questo cuore duro, che si sta facendo sempre più duro
come una noce acerba, dal frutto amaro.
Non voglio che nessuno mi tocchi.
Nessuno mi sbucci.
legate
le mani
devono restare legate.
Frutto appeso al ramo
Duro
E amaro.
Ho voglia di una sigaretta
di un cucchiaio di nutella
di correre
di urlare
di ubriacarmi
di ridere a crepapelle, senza un senso
di finire e di iniziare
di baciarti mentre tu baci me
di sciogliere con la fiamma ossidrica delle mie convinzioni la superficialità che mi circonda
di avere una rivincita, una almeno.

Oggi è stata una giornata densa.
Di quelle che non lasciano sbavature.
Densa come la nutella
quando la dimentichi nel frigo
ed è inverno.
Vorrei parlare di un incontro denso
(sempre come la nutella di cui sopra)
di discorsi fatti di alchimie sorrisi e confidenze
di stereotipi presi a sassate e passeggiate ansiose sulla tiburtina
alla ricerca di un ristorante.
Di un saluto che aveva il sapore di arrivederci
di andate e ritorni
di un pacco inviato
bianco
che non doveva avere destinatario, né mittente
di acquisti rinviati
di questo caldo di ottobre così strano e quasi afoso
mi ricorda i trentacinque gradi di Lisbona
quando mi perdevo tra le strade ancora nuove
alla ricerca di una stanza.
Ma sono a Roma e dovrei essere tranquilla e invece
sono solo stanca e disorientata
un the e la ciambella
alle cinque
proprio come gli inglesi
un libro color mattone
che non finisce più
con una dedica inutile sul frontespizio
e la copertina già scollata
neanche avesse vent’anni
a me
di solito
ne danno venticinque
ho chiesto ad E. se è normale
lei mi ha detto di no.
Vabbé tanto meglio
forse
dopo
funzionerà all’inverso.
Di un sonno strano, che non è sogno
e non mi so spiegare.
della voce di Ana
che volevo proprio sentire
perché a saudade mata,
più di ogni altra malattia.
E allora coccolami, Annette
che mi mancano le nostre chiacchierate in balcone
le tue nevrosi, il tuo far finta di essere forte
per poi appenderti alle mie spalle
e piangere
mentre reclini il viso.
Questo grumo denso
che non si scioglie
che non viene via.
Ce l’ho piantato nello stomaco.
È appena sceso giù dal petto
ma è solo scivolato
di qualche centimetro
e toglie il fiato.
Ci mancava solo questo film
stasera
Un requiem che mi rimarrà negli occhi
Almeno per un po’.
Oggi mi sono persa in una piccola porzione di città
a zonzo
con un’aria un po’ trasognata,
neanche stessi facendo una passeggiata tra le verdi e amene praterie
piene di fiorellini e mucche lilla
come quelle della cioccolata, per intenderci.
Con il libro color rosso mattone della Extebarría tra le mani
quello che mi ha regalato G.- enigmatico, insofferente, incomprensibile (non il libro, l’amico.)-
per il mio compleanno.
e la musica di Battisti piantata nelle orecchie.
Ho dato uno sguardo fugace e poco impegnativo alle vetrine
comincia la parte più seccante
quella in cui mia madre mi chiama ogni tre ore
in preda a crisi di logorrea isterica
per sapere se ho già deciso cosa mettere per quel giorno.
Mamma ti vorrei ricordare che ho l’età per decidere Da Sola come vestirmi, cosa dire, come comportarmi.
Si, lo so, lo dico solo per ricordatelo.
Ricordarmi di cosa???
Che non ti vorrai mica laureare con i jeans??
No, ma il tailleur te lo scordi.
E ricomincia la solita manfrina, lei a blaterale instancabile e io ad annuire,
fino a quando la pazienza me lo permette.
E poi la sorpresa di scoprire che c’è gente che ha piacere di farsi un viaggio per vederti, per onorare il giorno, il famoso giorno…io, avessi potuto scegliere, non lo avrei detto neanche ai miei. Però poi dopo avrei dovuto subire la seccatura di essere diseredata per sempre dalla famiglia. Non ne valeva la pena insomma.
Ma adesso questa piccola pallina di neve che diventa una valanga…mi mette un po’ l’agitazione.
Molto rumore per nulla
diceva il mio amato Pirandello.
Appunto, lo dico pure io.
In fondo è solo un piccolo passo,
piccolo piccolo.
Non mi sembra di essere arrivata in nessun luogo,
un po’ come quando mi son ritrovata ad Évora
con una comitiva di erasmus tedeschi
e mi sentivo così fuori luogo, così strana
io abituata alla caciara degli italiani e degli spagnoli
mi ricordo ancora il trenino buffo, che pareva una camionetta per i rumori strani che emetteva e la piccola stazione della città, piena di azulejos blu.
E il sole e i pavoni che giravano indisturbati mentre prendevo il caffé con i tedeschi amabili, perfettini e congelati.
Bisogna festeggiare, mia figlia si laurea solo una volta.
Ma anche no. Cosa diavolo dici, mamma?
Abbozzo, faccio finta di capire. Metto le cuffiette nelle orecchie, mi perdo tra le parole di questa Donna In Bilico e non ci penso più.
Prima o poi passerà.
E per vedermi dovevo disfarmi di tutte quelle immagini e tenermi solo quella disegnata nell’ultima solitudine, la più intima, senza fusioni né doppi. Quella in cui l’altro non entrava. (Lucía Etxebarría, “Una donna in bilico”)
Passi che non dormo da quindici giorni come una persona deve fare per avere una normale attività fisico-celebrale.
È normale
Passi che mangio pizza perché non ho tempo di cucinare.
È normale
Passi che non faccio una passeggiata e non affondo il naso in un libro perdendomi nel più completo ozio almeno per un’ora.
È normale
Non c’è tempo, non c’è tempo…
…ma che un idiota non sappia scrivere sulla copertina di una tesi una semplice frase dopo avermi fatto pagare la bellezza (bruttezza!!!) di 65 euro…
QUESTO NON È NORMALE!!!
...e poi la gente mi chiede perché sono nervosa.
Ma vaffanculo.