
I redattori della rivista di medicina The Lancet hanno chiesto la legalizzazione dell'Lsd e di altre droghe psichedeliche. Non per le migliaia di persone sconvolte che ballano freneticamente durante una festa all'aperto, ma per permettere ai ricercatori di indagare sui vantaggi terapeutici dell'alterazione della coscienza. "Vietare tutte le droghe psichedeliche impedisce qualsiasi ricerca sul loro potenziale benefico", hanno detto. Lasciati ispirare da quest'esempio, Vergine. Quali tabù è ora che tu infranga? Quali inibizioni non ti servono più, anche se in passato ti facevano sentire al sicuro? Quale paura ti ha impedito di sperimentare eccitanti possibilità?
Assaporo una tranquillità enigmatica e paradossale. E’ un periodo di forti movimenti, è da tre mesi che aspetto che arrivi. E’ da tre mesi che la sua ombra dietro l’angolo mi crea paura, fastidio, ansia. E ora che me lo trovo a tre passi da me, mi rigiro e mi siedo tranquillamente ad aspettare.
Strana
Strana
Sono proprio strana.
Ma in fondo mi va benissimo così, godo di questa inaspettata beatitudine. Faccio colazione con latte e torta al cioccolato e cerco di digerire tutto quello che mi passa per lo stomaco e per la testa. Sembra che scivoli via con facilità questa volta.
Oggi ho ricevuto una mail che credevo non arrivasse più. Ho cominciato a leggerla distrattamente, mentre parlavo con O., poi il nome mi ha bloccata.
Cazzo.
Ho mantenuto gli occhi fissi sullo schermo e poi questa strana sensazione di equilibrio mi ha accompagnata fino al punto finale.
E ho deciso che non sarà solo una questione di ortografia. Bisogna cominciare davvero a mettere qualche punto e andare a capo, con la testa alta. Leggendo i post precedenti mi sono resa conto di una cosa: questo è un blog depressivo e in altri tempi non sarei stata io la proprietaria. E' necessario cambiare il corso degli eventi
e che settembre sia la mia vera estate.
Alla faccia degli imprevisti.
Sono giorni stranamente tranquilli. Sono due giorni romani.
La casa semivuota, il clima fresco che profuma di settembre, il mio mese. Sorseggio the, come nei pomeriggi d’inverno e contemplo questo silenzio, retaggio di vacanze altrui non ancora terminate. Disegno linee rette, parabole, divido i colori e mastico lentamente l’ansia, per distribuirla, proporzionalmente. In televisione
Ho bisogno di una cura ricostituente.
entao talvez um dia o teu dedo, toque no dedo magico de alguem e nesse preciso momento, nada e tudo deixam de fazer sentido e todo um universo se forma, tu deixaste de ser tu e a outra pessoa deixou de ser ele, passou apenas a existir um universo chamado X. Neste universo X es aquilo que queres ser com queres ser, tens uma casa aberta para o universo cujas portas sao galaxias... mas apenas do teu ser...pq tu es um universo, es esse universo que so pode ser penetrado com o toque de um dedo...
oggi é stata questa la mia buona notte...e in un periodo dove le carezze mancano, questa parole le conservo gelosamente...grazie rafael, mio piccolo angelo:)
Amanha volta para Roma.
Nervi tesi per la tesi
Oramai ho il sedere a forma di sedia
la spalla in scoliosi cronica
gli occhi piccoli piccoli
e il computer tra un pò mi risponde
che culo, aggiungerei io.
Oggi mentre accompagnavo V. in stazione osservavo il cielo mutevole di questa estate capovolta
Avio e oro
Tra ruote e asfalto
E Niccolò
tra bocca e pensieri
Sai che il giorno s’impara
ed è subito sera salutiamoci
Sai che chi si ferma è perduto
ma si perde tutto chi non si ferma
Sai
ma spesso consola e rischiara
è profumo e candela la bellezza
Sai che un fatto convince
più di ogni pensiero tocchiamoci
Sai che chi di notte non dorme
consuma più in fretta il tempo che ha
Non si smette di fumare
in un giorno qualunque
anche il vuoto si apprezza
è meraviglia perversa la bellezza
eppure ci manca sempre qualcosa
in fondo ci manca sempre qualcosa
sai che c’è chi non si ferisce
ma s’infastidisce soltanto
così vedere una stella di giorno
come un’ombra di notte salva dalla realtà
sei di passaggio godi il tuo turno
anche se c’è chi disprezza
è un’amante fedele la bellezza
eppure ci manca sempre qualcosa
la vita è una corsa meravigliosa
eppure ci manca sempre qualcosa

Vergine (23 agosto - 22 settembre)
Il mio vecchio professore di filosofia Norman O. Brown era solito interrompere di tanto in tanto le sue lezioni, sollevare le testa come se stesse ascoltando il sussurro di una voce ultraterrena, e annunciare in tono malizioso: "È ora che vi ricordi una cosa. Viviamo già dopo la fine del mondo. Non c'è più bisogno di agitarsi". Quello che intendeva dire è che il peggio era già successo. Avevamo già perduto la maggior parte della ricchezza culturale che aveva dato un senso agli esseri umani per secoli. Quello che si poteva prendere da noi era già stato preso. Se vogliamo guardare il lato positivo della cosa, intendeva dire che eravamo completamente liberi di reinventarci. Poiché vivevamo nel vuoto, potevamo solo andare verso l'alto. Quello che rimaneva era alienante, ma anche totalmente nuovo. Usa queste idee come base per le tue meditazioni, Vergine. Puoi applicarle sia alla tua vita personale sia al mondo in generale.
Ipse Dixit.
L’uomo con la squadretta prende tutto sul serio.
Si agita, misurando i centimetri della sua Vita e mettendo il broncio se qualcuno non è del suo stesso parere. Ragiona per soggetto, predicato e complemento, né una virgola in più, nessuna parentesi o puntino di sospensione. Odia il corsivo. E’ un uomo piacente, molto curato, taglia la sua barba senza sbagliare il millimetro e accorcia di poco i suoi capelli. Ti guarda, circospetto, come il soldato col nemico. Sei il suo pericolo. Ha gli occhi che gli brillano, ma è un effetto ottico, sembrano più lucenti perché sono verdi e cangianti, come il suo umore. Non abbandona mai la sua squadretta, essa è essenziale per misurare ogni movimento e/o scelta. La tiene stretta a sé anche quando ti abbraccia e se per caso qualcosa va storto, te la sventola in faccia, ricordandoti che nella vita ci vuole misura. E che non tutte le cose sono possibili. Tu lo guardi un pò stordita, pensando a quando mai si deciderà a mettere da parte quell’arnese infernale. Ti osservi le mani e ti accorgi che non sono precise e curate come le sue: tu tagli le unghie con la forbice, disegnando sempre un percorso contorto e disordinato lungo il dito e solo a volte ci passi la lima. Lui no. Usa il tagliaunghie. Riguardi le tue mani e vorresti tanto spaccargli quella squadretta in faccia, ma sai che è fatica sprecata: non si romperà mai.
Anche quando pensavi di averlo guarito da questo strano tic ontologico, lui ha ripreso l’Arma in mano, puntandotela contro, come una rivoltella. E tu che hai sempre odiato i numeri e la geometria, lo guardi inorridita e te ne vai, perché nessuno mai segnerà con una semplice squadretta il perimetro del tuo cuore, nemmeno lui.
Stamattina mi sono svegliata al suono della voce argentina di A. Mi guardava con la sua aria allegra, da ragazzina di 14 anni e sventolava in mano un pacco. Non ho avuto nemmeno il tempo di stropicciare gli occhi, per capire bene che stesse succedendo. “Posta, pacco” mi ripeteva meccanicamente.
Lo stavo aspettando, purtroppo nessuna sorpresa gradita.
Con triste rassegnazione ho afferrato in mano il pacco e me lo sono messo affianco, coprendomi la testa con il cuscino. “Apri, apri!” continuava a ripetermi, saltellando sul materasso.
Non ne avevo voglia. Lo tenevo stretto come si fa con la bambola preferita quando si è bambini. Restava lì accanto e cercavo di dimenticarlo, almeno per un istante, tra la confusione dell’immediato risveglio. Dentro c’era materiale per i mie prossimi giorni di lavoro, fogli che profumavano di Lisbona e dell’impegno impeccabile di alcuni amici che non smetterò mai di ringraziare. Ma c’era anche qualcos’altro. E lo sapevo. Davanti alle insistenti incitazioni di A. ho chiuso gli occhi e ne ho strappato la parte superiore. Sono rimasta cinque minuti con gli occhi sporchi di insonnia, con quelle foto davanti a me. Ho letto i commenti che le adornavano, ingorda. Se leggo veloce forse non arrivano dritto lì, in quel punto critico, tra cuore e cervello. Ho raccolto tutto e ho rimesso quello che era rimasto di noi in un cassetto. Domani qualcosa tornerà al suo destinatario.Via raccomandata, come quella che hai scelto tu, per me, per noi.
C. è un folletto che gira intorno alla mia vita da un po’di anni. Così diverse e così amiche noi due. Ci esco tutte le volte che posso quando torno a casa. Ce lo promettiamo sempre nelle lunghe telefonate nella notte fonda e disegniamo nella mente quel momento, che prima o poi arriverà. Ha la mia stessa età, ma è la mia bambina preferita. Mi piace perdermi nella sua voglia di vivere, nella sua ingenua follia. La sua gioia brilla anche quando è triste e mi verrebbe da abbracciarla stretta tutte le volte che nei suoi occhi si spegne quella luce. Questa sera la passo a prendere e dopo essermi spazientita per i suoi soliti e inguaribili ritardi, la vedo arrivare, con un sorriso troppo grande da accogliere con un broncio. Trovare la forza di parlarle per assaporare quel silenzio nell’ascolto che solo lei mi sa regalare, passeggiando per le strade bianche della nostra bella città. Le luci color ambra, i vicoli silenziosi, i turisti curiosi e composti. E poi le risate alla Carrà, le foto, i cin cin al mitico bar e C. che dopo un sorso comincia già a vaneggiare. Leggerezza. Quella che mi regala lei. Una leggerezza racchiusa in piccoli preziosi momenti. La guardo e mi accorgo di quanto sia bella, così, nella sua spontanea bontà, di quanto sia fortunata ad averla conosciuta, per la prima volta, accanto a quel banco di scuola. E poi mi viene in mente che forse ne vale comunque la pena. Ché ci sarà sempre qualcuno che continuerà per la sua strada, lasciandoti indietro. E poi ci saranno quelli come lei, che si fermeranno e, strizzando l’occhio, cercheranno la tua mano.
Un rifugio lontano. Un tempo incerto e sempre mutevole, proprio come me.
Freddo. Siamo a metà agosto e piove. Ho una strana costipazione, mi lacrimano gli occhi e asciugo il naso.
E’ il raffreddore, si. Ma quello dell’anima.
Mi raggomitolo nella solitudine di una stanza nuova, tutta bianca. Tanti libri aperti intorno, penne, vestiti, luci, pochi colori. Ogni tanto c’è il sole fuori, ma da lontano un grigio impietoso si avvicina per reclamare la sua giusta dose di acqua. Che strana quest’estate avara e capricciosa. Che strana io.
Svegliarsi la mattina con gli occhioni blu di A. che mi danno il buongiorno, fare finta di avere voglia di fare vacanza. E poi chiudermi nei miei tristi sorrisi a metà. Scartare pensieri, seppellire paure, parlare, parlare, parlare. Un equilibrio costellato da mille strattoni, sbilenca, su questa fune sottile e troppo lunga. Uno sguardo smunto. Cerco la luce negli occhi. Mi animo e mi dico che tutto andrà bene, ammicco un sorriso.
E poi improvvisamente arrivi tu, ritorni su passi battuti, nelle ore della madrugada, percorri vie chiuse e sbarrate, da mesi di rinunce, dolore, compromessi silenziosi. Mi implori, ma non scegli. Rientri, dentro, ma non mi chiedi il permesso. Egoista, mi uccidi, per la seconda volta, in questa estate con poche stelle e tante sigarette spente a metà. Ma di cosa parli, quando mi tieni ferma con parole e ricordi? Perché non lasci la mia mano e non pensi a tenere stretta quella che hai affianco? In questo palcoscenico dorato fatto di ricordi di poche ore e mille tasti battuti a distanze siderali, inventi false storie, per illudermi che tutto vada bene. E continueresti a vivere così per sempre, perché la scelta ti fa paura. E continueresti a promettere, senza mantenere, inventando patetici e inesistenti lieti fine. E allora mi rigiro, mi accorgo che questa volta no, che c’è un limite, che ci sono priorità. Taci tu, taci cuore, taci ragione senza riflessione. Voglio solo silenzio mentre ti lascio andare via.
E niente di più.
No hay nostalgia peor que añorar lo que nunca jamás sucedió...