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mercoledì, 24 giugno 2009

Jaime

Sinceramente uno non ci pensa.

Uno non ci pensa mica al risveglio della domenica con le lenzuola fresche, il cuscino immobile, i merletti immacolati. Alla musica del forro e del sertanejo della sera, che tutti bevono felici, mangiando dolce di abobora e bevendo caldo di cannella, mentre tuo figlio non torna a casa e il peggio è ancora la cosa migliore che ti resta da sperare. Lolita accende la candela bianca, mentre noi intorno continuiamo a parlare, simulando una distrazione malriuscita. Credo che lei vorrebbe solo morire oppure essere accarezzata. Come una bestiola ferita si aggira mentalmente con lo sguardo per la stanza. Strabuzza gli occhi sul santino e farfuglia qualche parola in spagnolo, ché Lolita parla il portoghese con la Bolivia nel cuore. Dopo aver finito la sua preghiera bacia l’immagine e se la stringe al petto. Ora, suppongo, vorrebbe solo che la porta creasse la giusta ombra sul pavimento e che Jaime entrasse con il sacchettino unto di fritto della notte sulla strada, sfatto dai fumi dell’alcool, stanco dal passo di samba, fatto di carne viva, da bagnare di lacrime e leccare a suon di baci. Ma c’è troppo silenzio e ci siamo solo noi, con i nostri giri di parole e le facce imbarazzate di chi parla per creare glassa di consolazione. Sento l’ingombro dei nostri cuori, in bilico come siamo su questo cornicione d’attesa che svolta l’angolo senza creare perfezione. Mi piacerebbe tanto che questo dolore a ciclo continuo finisse e che l’euforia della quadriglia che sbatte sui nostri musi lunghi e le guance tirate, si disperdesse lontano. Da solo così, il senso dell’attesa basta, per farci sentire inutili e anche un po’ grotteschi. E ora nella stanza, con l’aria più rarefatta di aliti d’orazione, siamo diventati come statue di vetro cave, aspettiamo la prima scossa per infrangerci, un contro l’altro. Non siamo preparati, di certo Lolita non lo è, ad aspettare il telefono, qualcuno che chiami, per favore, che chieda del denaro, senza morti da piangere ma solo riscatti da pagare. Sarebbe tutto più facile ora, se molte cose si fossero sapute prima, se la musica avesse fatto in tempo a fermare i tacchi alti al suono della danza, la fisarmonica, le cuffiette caipira sulla testa, le grida di giubilo, le grida, la mano sul finestrino e un cellulare buttato via, per chiedere aiuto, un auto che se ne va e poi chissà per dove.

Io jaime l’ho conosciuto a un churrasco, aveva i capelli unti e le guance rosse. Gli chiesi cosa faceva nella vita e allora mi rispose: “vendo alluminio” e tutto finì poco dopo, seguendo il rituale brasiliano, sotto la linguetta della birra in lattina, da accompagnare con la carne.

Sinceramente uno non ci pensa.

E dopo non sa neanche rispondere bene perché.

postato da: petiteAmelie alle ore 12:21 | link | commenti (3)
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lunedì, 22 giugno 2009

fermate

Non ho mai avuto un’agenda.

Tutti i sogni tutti i giorni erano lì a pencolare come panni umidi e pesanti sulla mia testa.

Il resto aveva il tempo di aspettare all’angolo del nuovo mattino e niente doveva essere fermato sotto le grandi braccia di un numero. Che ne so, un lunedì che sembra sempre più grande dopo la lunga carovana del finesettimana. Ora sono qui che è inverno, una colonna di libri da consegnare e altri avvolti in una busta di plastica come un vestito da sposa per future ricerche da stilare nella casa natia. Mi stringo nelle spalle, ché il cappotto rosso sfilacciato e sporco riposa sull’omino morto e mi accorgo che presto queste maniche scompariranno per lasciare posto a lini leggeri e spiagge bianche da accarezzare. C’è una città da inghiottire in sette giorni e visi da accarezzare e madri da abbracciare, persone da salutare per sempre insieme a promesse vacue che sappiamo non saranno mai mantenute e città da immaginare perché non si è avuto il tempo di calpestarle, spogliarle e farci all’amore. Per il resto tutto è passato sotto questi polpastrelli, come i tasti duri di un piano che non volevano saperne di andare, battere, cavalcare le note.

Tutto sommato è stato un viaggio senza fermate, neanche per fare la pipì. Si è andato dritti verso le mete, con borse morbide e larghe, per raccoglierci anche i pensieri più ingombranti. E ora che bisogna sgranchire le gambe, sembra che tutto quello che all'inizio era diverso, ora sia troppo uguale per essere abbandonato così, con lo sbuffo di una porta che si apre, giusto il tempo di scendere, di nuovo

per andare.

 

postato da: petiteAmelie alle ore 04:29 | link | commenti (3)
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domenica, 14 giugno 2009

Lasciami lì,

posami.

In questa casa al buio, piena di polvere, isolata dal suono dal chiavistello, girato qualche mese fa.

Lasciami e non mi toccare, lascia cadere i ricordi e i passi pesanti dei giorni.

Non spostare nulla, abbandona le braccia sui fianchi, così che il giorno possa fare il suo giro attorno alla mia testa.

Non muovere nulla.

Fuori ci sono queste mie notti d’inverno che assolvono le ore passate, i livori che schiariscono sotto il sole della tua estate.

postato da: petiteAmelie alle ore 05:15 | link | commenti (10)
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giovedì, 11 giugno 2009

Maria

Credo che a Maria piacesse fare all’amore.

 

Me ne accorgo da come si muove, la cura nel fare le cose, quei nervi di legno che adopera, ebano schiarito dal sole del sud.  Ha piccole mani, gambe agili e sicure, occhi da india con cui mi guarda con aria di attesa e compassione, mentre stringe a sé la piccola ampolla piena di acqua scura, che osa chiamare caffè.

Maria è il regalo più silenzioso di questo Brasile avaro, di grattacieli, corse, metalli e baracche.

Mi guarda e si asciuga le lacrime pensando alla partenza, perdendo i sospiri nel the del pomeriggio, con le sue molliche di cocco, laccate di margarina. Le tremano le mani, mentre si riempie la vita di inutili andirivieni quotidiani, al suono basso delle novelle della sera, con l’inverno che arriva e una giacca di lana troppo lunga per accoglierla a misura.  Maria è bella e piange il giorno del suo compleanno, perché non ha bisogno di nulla, solo piccoli pezzi di carne da arrostire alla periferia della città e una torta da spartire con figlie insicure e parenti lontani. Ha il suo cane e la sua frutta tropicale da comprare al mercato, le sue foglie da lavare con la spugna, le foto da stendere in cornici d’argento pesanti, come le decorazioni di un abete esausto il giorno dell’Immacolata. Ha bambini da piangere, amiche cilene con cui scambiare pettegolezzi e portieri a cui chiedere lampadine da svitare. Ogni sera, al ritorno, ritrovo la sua firma nella mia stanza. Ha la piega perfetta del letto sconvolto del mattino. Una regolarità commovente, all’altezza del cuscino.

postato da: petiteAmelie alle ore 08:35 | link | commenti
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mercoledì, 10 giugno 2009

il paradosso

ho l’impressione

netta

che questa nostra lontananza

non sia come il tempo

ma solo una ridicola forma

di resistenza

colla bianca che verrà via

nel rigurgito del ritorno,

vinavil

 

per cartapesta da quattro soldi.

postato da: petiteAmelie alle ore 08:10 | link | commenti (3)
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martedì, 09 giugno 2009

le cose finiscono, come gli inverni e i letarghi, solo per ricominciare.

le stanze delle mie case racchiudono tutte la stessa anima.

è come un sospiro che si stira, sfidando longitudini improbabili.

lo stesso disordine, come i colori mai pieni, realizzati

gli spazi bianchi sui muri che parlano di biglietti dal ritorno stabilito

 

così tutte le mie stanze, come tutte le mie case

conosceranno i passi sconosciuti

e avranno mani e notti insonni

da raccontare

quando non ci saranno più orecchie

per sentire.

 

è come aprire la vita

guardando la data di scadenza

sul retro.

 

postato da: petiteAmelie alle ore 05:06 | link | commenti (4)
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lunedì, 13 aprile 2009

post mortem

Ripiove. Di ritorno dai climi poderosamente tropicali, dalla bassa marea con la luna piena che rotola sul fondo prosciugato del mare, di ritorno dal senso di non ritorno, in effetti.

Abbiamo succhiato questa parte del nord est con le mani pallide del malato sopravvissuto al febbrone, abbiamo stretto la gola in un abbraccio ingordo affinché l’opulenza del cibo bahiano mettesse a tacere tutto. Un piede ferito dallo scoglio nascosto del mare del pomeriggio, le foto in bianco e nero perché qui i colori sono forti e ci fanno tutti schifo. Restiamo appesi alle piccole speranze di qualche linea di url che ci dica che è tutto uno scherzo e la gente che sciama incontrollata intorno a noi in una babele di lingue intrecciate ha tutto il diritto di godere, in questo lungo fine settimana di preludio alla pasqua, che apre le gambe alla festa. Io ho ritrovato le cose di sempre, i legni antichi e bianchi che diventano di ittero sotto la luce della lampadina, la palma che conversa con l’albero secolare davanti a me, la garoa paulistana, imperterrita e onnipresente e il freddo che arriva, l’estate doppiata, come una squallida corsa truccata. Quest’estate, davvero, che sembra non possa ritornare mai più.

postato da: petiteAmelie alle ore 20:16 | link | commenti (6)
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lunedì, 09 marzo 2009

ainda mais

Ci si abitua a tutto. Anche alla colpa del possesso.

Quella masochistica paura di scoprire,

quanto in fondo si possa andare

prima di restare con il piede in bilico

tra la strada e il marciapiede.

 

ci si abitua all’assenza di pudore

all’incoerenza appesa sulle grucce

dei negozi alla stazione

 

c’è un’indifferenza sublime

che riesce a superare

tutti gli inconvenienti

 

i riflessi autobiografici

o la storia di una città

dietro le spalle

davanti la bocca.

postato da: petiteAmelie alle ore 04:57 | link | commenti (2)
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sabato, 07 marzo 2009

fim de semana

Oggi l’aria ricorda il viaggio dei giorni passati. Dalla finestra, lungo la curva delle scale, cerco la via che possa aprire il passaggio al respiro. Il caldo ci ha avvolti, ci muoviamo in questa atmosfera di lana dai colori chiarissimi. Troppi riflessi in alto e la sporcizia depositata al lato della strada, che gli occhi umidi del mattino non possono sopportare. San Paolo corre, con le asole ben rifinite per i suoi bottoni d’argento. C’è un controsenso piacevole in questo andare, su scarpe dai tacchi alti, con vesti di costura frettolosa, San Paolo si fa bella e nasconde tutti i peccati sotto l’elastico dei suoi collant di seta.

postato da: petiteAmelie alle ore 20:22 | link | commenti (2)
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martedì, 03 marzo 2009

PierVì. Vezzi autobiografici.

« Quelli della Vergine forse sono un po’ così: un po’ malinconici, un po’ autunnali, solitari, pignoli, pessimi partner e ottimi singoli. Hanno una grande vita interiore che non necessita di mondanità per esprimersi. Nello stesso tempo forse sono fin troppo preda di umor nero, di attacchi di atrabile, insomma di malinconia. »

Pier Vittorio Tondelli
postato da: petiteAmelie alle ore 03:04 | link | commenti (9)
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