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sabato, 21 novembre 2009

La falena e la candela

Oggi ero in prima fila e quando le luci si sono abbassate e la musica è partita ho aspettato che il fascio di luce disegnasse il profilo di Nabil prima di ricordarmi di te. Ogni volta che ascolto i Radiodervish mi ritorna in mente la tua barba e il modo strano che avevi di camminare, lo sgabello in mezzo a rua Luciano Cordeiro e i volantini con cui avevi coperto gli azulejos di casa mia. La prima volta che siamo usciti era gennaio e volevamo prendere solo un caffè, era di giovedì, me lo ricordo come se fosse ieri. Faticavamo risalendo la strada della ginja, quella che si beveva nella tazzina di cioccolato fondente, quando un tizio ci ha chiesto l’ora e poi siamo rimasti in silenzio per quindici minuti, io, te e lui, in un triangolo di paura, prima che scappasse via con i nostri soldi. Le camminate lungo il prato del Gulbenkian e i nostri piani di cene africane e pile di libri e canovacci attaccati sulle ante della vecchia cucina di casa tua. Il cinema e i miei racconti, le copertine dei cd disegnate come se fossero opere pronte per l’esposizione e tutte le canzoni che calpestavo sul circuito d’atletica della città universitaria prima della sera, della festa e dei nostri occhi che si evitavano, per evitare il peggio. E i tuoi tulipani gialli e rossi mentre ti aprivo la porta con le mani sporche di pasta frolla e il calore del forno già accesso, tu nella scatola da frigo davanti all’uscita dell’aeroporto, tu e la tua testa dura, il cous cous a casa di Elena e le chiacchierate affacciate sui balconi della nostra Lisbona.

Mi succede sempre quando i fari si abbassano e per un attimo vedo il profilo di Nabil, la sua mano che indugia vicino al microfono, risento la spinta, l’accelerazione sul ginocchio, il fiato corto, la nostra amicizia che scivola via, nello scarico dei cancelli di una partenza senza saluti.

postato da: petiteAmelie alle ore 01:07 | link | commenti
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giovedì, 19 novembre 2009

Alice Beyond Wonderland

Accanto al tavolo c’è una porta scorrevole che mi ricorda l’adolescenza e i panini alla nutella, la coca cola all’occorrenza.
È la stanza del riposo dopo la tempesta delle feste di compleanno, quando mia nonna si dimenticava il lutto e mostrava i suoi maglioni blu cobalto e il fuoco si accendeva illuminando le travi nude di una casa troppo giovane. La porta che ha al centro il vetro che puoi lasciarsi l’ombra compressa del naso per ore senza riuscire a scorgere niente al di là di quello spessore opaco.

Oggi ci sono entrata timorosa e sembrava che il mondo si fosse rimpicciolito o che io, semplicemente, fossi diventata più grande. In ordine ho ritrovato la cartella rettangolare color carota con i bordini verdi che ancora mi ricordo il colpo di fulmine quando la vidi esposta in vetrina la prima volta e le lunghe attese di occhi speranzosi rivolti al babbo prima dell’inizio della scuola. E poi i libri di psicologia della mamma, quella rilegatura di finta pelle amaranto che ha lasciato sul limitare della mensola i sogni dell’università.

I libri di letteratura latina e di antologia italiana, dimenticati in ogni punto della casa ai tempi del liceo o sfogliati nervosamente nel lungo viaggio del bus, appannato di aliti di sonno e bronci distorti dall’umido del finestrino.

C’è la scatola rivestita di sughero, circondata di merletti a quadri rossi, che ho costruito per la mamma il giorno del suo anniversario e tutte le lettere d’amore e di amicizia di quei meravigliosi anni di rabbia e felicità senza freni.  La mia prima natura morta incorniciata con orgoglio e stucchi d’oro e i giochi in scatola che accompagnavano le nostre serate dell’inverno.
Per noi che non sentivamo l’obbligo di crescere e vivevamo l’infanzia guardandola dai raggi impazziti di ruote di bici. E poi le scatole, segnate dal pennarello nero con nomi e date e indicazioni d’appartenenza. Non ho il coraggio di aprirne nemmeno una, potrei passarci la vita a toccare le pagine di quei libri prima di svegliarmi e lasciare che tutto finisca sotto la passata vigorosa del nastro. Ora che mi guardo intorno, i ricordi si arrampicano sulle travi di questa stanza ricavata e si contendono lo spazio con gli oggetti di passaggio. Sono gli ospiti che non hanno storie da raccontare, contenitori di desideri possibili che riposano dietro il cellophane delle promesse d’amore primaverili. Mia sorella mi ha giurato che entro maggio tutto ritornerà come prima, ci sarà il vuoto di un tempo, i libri nel loro ordine perfetto, le sicurezze delle storie conosciute e il mistero di quelle che verranno.


Ci saranno le nostre vite e l’idea della loro moltiplicazione.

Tutto in una stanza, tra le file dei titoli, nel buio umido di qualche scatola di cartone.

postato da: petiteAmelie alle ore 10:13 | link | commenti
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venerdì, 23 ottobre 2009

Premedito d'inverno.

 

La pioggia apre laghi nei campi di grano della periferia

e c’è un odore di freddo che finalmente scaccia le zanzare dell’estate
e spoglia le melagrane dalla loro scorza dura.
 
L’aria di tregua che ho sognato si è fatta rarefatta sotto la guaina delle tue
patetiche parole.  
La rabbia a breve sparirà,
non ci sarà nulla per cui indignarsi,
la bava d’insicurezza che hai lasciato sulla mia pelle si è sciolta
d’improvviso, con il peso della nuova pioggia.
postato da: petiteAmelie alle ore 19:51 | link | commenti (4)
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mercoledì, 24 giugno 2009

Jaime

Sinceramente uno non ci pensa.

Uno non ci pensa mica al risveglio della domenica con le lenzuola fresche, il cuscino immobile, i merletti immacolati. Alla musica del forro e del sertanejo della sera, che tutti bevono felici, mangiando dolce di abobora e bevendo caldo di cannella, mentre tuo figlio non torna a casa e il peggio è ancora la cosa migliore che ti resta da sperare. Lolita accende la candela bianca, mentre noi intorno continuiamo a parlare, simulando una distrazione malriuscita. Credo che lei vorrebbe solo morire oppure essere accarezzata. Come una bestiola ferita si aggira mentalmente con lo sguardo per la stanza. Strabuzza gli occhi sul santino e farfuglia qualche parola in spagnolo, ché Lolita parla il portoghese con la Bolivia nel cuore. Dopo aver finito la sua preghiera bacia l’immagine e se la stringe al petto. Ora, suppongo, vorrebbe solo che la porta creasse la giusta ombra sul pavimento e che Jaime entrasse con il sacchettino unto di fritto della notte sulla strada, sfatto dai fumi dell’alcool, stanco dal passo di samba, fatto di carne viva, da bagnare di lacrime e leccare a suon di baci. Ma c’è troppo silenzio e ci siamo solo noi, con i nostri giri di parole e le facce imbarazzate di chi parla per creare glassa di consolazione. Sento l’ingombro dei nostri cuori, in bilico come siamo su questo cornicione d’attesa che svolta l’angolo senza creare perfezione. Mi piacerebbe tanto che questo dolore a ciclo continuo finisse e che l’euforia della quadriglia che sbatte sui nostri musi lunghi e le guance tirate, si disperdesse lontano. Da solo così, il senso dell’attesa basta, per farci sentire inutili e anche un po’ grotteschi. E ora nella stanza, con l’aria più rarefatta di aliti d’orazione, siamo diventati come statue di vetro cave, aspettiamo la prima scossa per infrangerci, un contro l’altro. Non siamo preparati, di certo Lolita non lo è, ad aspettare il telefono, qualcuno che chiami, per favore, che chieda del denaro, senza morti da piangere ma solo riscatti da pagare. Sarebbe tutto più facile ora, se molte cose si fossero sapute prima, se la musica avesse fatto in tempo a fermare i tacchi alti al suono della danza, la fisarmonica, le cuffiette caipira sulla testa, le grida di giubilo, le grida, la mano sul finestrino e un cellulare buttato via, per chiedere aiuto, un auto che se ne va e poi chissà per dove.

Io jaime l’ho conosciuto a un churrasco, aveva i capelli unti e le guance rosse. Gli chiesi cosa faceva nella vita e allora mi rispose: “vendo alluminio” e tutto finì poco dopo, seguendo il rituale brasiliano, sotto la linguetta della birra in lattina, da accompagnare con la carne.

Sinceramente uno non ci pensa.

E dopo non sa neanche rispondere bene perché.

postato da: petiteAmelie alle ore 12:21 | link | commenti (3)
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lunedì, 22 giugno 2009

fermate

Non ho mai avuto un’agenda.

Tutti i sogni tutti i giorni erano lì a pencolare come panni umidi e pesanti sulla mia testa.

Il resto aveva il tempo di aspettare all’angolo del nuovo mattino e niente doveva essere fermato sotto le grandi braccia di un numero. Che ne so, un lunedì che sembra sempre più grande dopo la lunga carovana del finesettimana. Ora sono qui che è inverno, una colonna di libri da consegnare e altri avvolti in una busta di plastica come un vestito da sposa per future ricerche da stilare nella casa natia. Mi stringo nelle spalle, ché il cappotto rosso sfilacciato e sporco riposa sull’omino morto e mi accorgo che presto queste maniche scompariranno per lasciare posto a lini leggeri e spiagge bianche da accarezzare. C’è una città da inghiottire in sette giorni e visi da accarezzare e madri da abbracciare, persone da salutare per sempre insieme a promesse vacue che sappiamo non saranno mai mantenute e città da immaginare perché non si è avuto il tempo di calpestarle, spogliarle e farci all’amore. Per il resto tutto è passato sotto questi polpastrelli, come i tasti duri di un piano che non volevano saperne di andare, battere, cavalcare le note.

Tutto sommato è stato un viaggio senza fermate, neanche per fare la pipì. Si è andato dritti verso le mete, con borse morbide e larghe, per raccoglierci anche i pensieri più ingombranti. E ora che bisogna sgranchire le gambe, sembra che tutto quello che all'inizio era diverso, ora sia troppo uguale per essere abbandonato così, con lo sbuffo di una porta che si apre, giusto il tempo di scendere, di nuovo

per andare.

 

postato da: petiteAmelie alle ore 04:29 | link | commenti (3)
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domenica, 14 giugno 2009

Lasciami lì,

posami.

In questa casa al buio, piena di polvere, isolata dal suono dal chiavistello, girato qualche mese fa.

Lasciami e non mi toccare, lascia cadere i ricordi e i passi pesanti dei giorni.

Non spostare nulla, abbandona le braccia sui fianchi, così che il giorno possa fare il suo giro attorno alla mia testa.

Non muovere nulla.

Fuori ci sono queste mie notti d’inverno che assolvono le ore passate, i livori che schiariscono sotto il sole della tua estate.

postato da: petiteAmelie alle ore 05:15 | link | commenti (10)
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giovedì, 11 giugno 2009

Maria

Credo che a Maria piacesse fare all’amore.

 

Me ne accorgo da come si muove, la cura nel fare le cose, quei nervi di legno che adopera, ebano schiarito dal sole del sud.  Ha piccole mani, gambe agili e sicure, occhi da india con cui mi guarda con aria di attesa e compassione, mentre stringe a sé la piccola ampolla piena di acqua scura, che osa chiamare caffè.

Maria è il regalo più silenzioso di questo Brasile avaro, di grattacieli, corse, metalli e baracche.

Mi guarda e si asciuga le lacrime pensando alla partenza, perdendo i sospiri nel the del pomeriggio, con le sue molliche di cocco, laccate di margarina. Le tremano le mani, mentre si riempie la vita di inutili andirivieni quotidiani, al suono basso delle novelle della sera, con l’inverno che arriva e una giacca di lana troppo lunga per accoglierla a misura.  Maria è bella e piange il giorno del suo compleanno, perché non ha bisogno di nulla, solo piccoli pezzi di carne da arrostire alla periferia della città e una torta da spartire con figlie insicure e parenti lontani. Ha il suo cane e la sua frutta tropicale da comprare al mercato, le sue foglie da lavare con la spugna, le foto da stendere in cornici d’argento pesanti, come le decorazioni di un abete esausto il giorno dell’Immacolata. Ha bambini da piangere, amiche cilene con cui scambiare pettegolezzi e portieri a cui chiedere lampadine da svitare. Ogni sera, al ritorno, ritrovo la sua firma nella mia stanza. Ha la piega perfetta del letto sconvolto del mattino. Una regolarità commovente, all’altezza del cuscino.

postato da: petiteAmelie alle ore 08:35 | link | commenti
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martedì, 09 giugno 2009

le cose finiscono, come gli inverni e i letarghi, solo per ricominciare.

le stanze delle mie case racchiudono tutte la stessa anima.

è come un sospiro che si stira, sfidando longitudini improbabili.

lo stesso disordine, come i colori mai pieni, realizzati

gli spazi bianchi sui muri che parlano di biglietti dal ritorno stabilito

 

così tutte le mie stanze, come tutte le mie case

conosceranno i passi sconosciuti

e avranno mani e notti insonni

da raccontare

quando non ci saranno più orecchie

per sentire.

 

è come aprire la vita

guardando la data di scadenza

sul retro.

 

postato da: petiteAmelie alle ore 05:06 | link | commenti (4)
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lunedì, 13 aprile 2009

post mortem

Ripiove. Di ritorno dai climi poderosamente tropicali, dalla bassa marea con la luna piena che rotola sul fondo prosciugato del mare, di ritorno dal senso di non ritorno, in effetti.

Abbiamo succhiato questa parte del nord est con le mani pallide del malato sopravvissuto al febbrone, abbiamo stretto la gola in un abbraccio ingordo affinché l’opulenza del cibo bahiano mettesse a tacere tutto. Un piede ferito dallo scoglio nascosto del mare del pomeriggio, le foto in bianco e nero perché qui i colori sono forti e ci fanno tutti schifo. Restiamo appesi alle piccole speranze di qualche linea di url che ci dica che è tutto uno scherzo e la gente che sciama incontrollata intorno a noi in una babele di lingue intrecciate ha tutto il diritto di godere, in questo lungo fine settimana di preludio alla pasqua, che apre le gambe alla festa. Io ho ritrovato le cose di sempre, i legni antichi e bianchi che diventano di ittero sotto la luce della lampadina, la palma che conversa con l’albero secolare davanti a me, la garoa paulistana, imperterrita e onnipresente e il freddo che arriva, l’estate doppiata, come una squallida corsa truccata. Quest’estate, davvero, che sembra non possa ritornare mai più.

postato da: petiteAmelie alle ore 20:16 | link | commenti (6)
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lunedì, 09 marzo 2009

ainda mais

Ci si abitua a tutto. Anche alla colpa del possesso.

Quella masochistica paura di scoprire,

quanto in fondo si possa andare

prima di restare con il piede in bilico

tra la strada e il marciapiede.

 

ci si abitua all’assenza di pudore

all’incoerenza appesa sulle grucce

dei negozi alla stazione

 

c’è un’indifferenza sublime

che riesce a superare

tutti gli inconvenienti

 

i riflessi autobiografici

o la storia di una città

dietro le spalle

davanti la bocca.

postato da: petiteAmelie alle ore 04:57 | link | commenti (2)
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